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Il Carducci avea fin da giovane dei periodi di umor tetro che talvolta gli duravano a lungo. In quei periodi avea bisogno di star concentrato in sè stesso; ogni fatto esterno, ogni rumore, ogni voce, che tentasse distrarlo, lo urtava, lo infastidiva, lo faceva dare in escandescenze. Non c’era che qualche intimo, che potesse allora avvicinarlo, qualche intimo che, conoscendolo bene e volendogli bene, sapesse evitare ogni parola, ogni atto, ogni accenno che non gli andasse a genio, e secondando il suo bisogno di taciturnità, fosse capace di star con lui magari per delle ore senza profferire parola.
Quando egli era in uno di quei periodi, se gli avveniva di parlare o scrivere sopra un argomento qualunque, le parole, i ragionamenti, le immagini gli uscivano dalla bocca o dalla penna colorate in nero: i fatti non si alteravano, ma la luce sotto la quale erano esposti dava loro un aspetto che, pur rispondendo nella sostanza al vero, differiva alcun poco da esso. Probabilmente la lettera di cui ho riferito alcune parti fu scritta in uno di quei periodi; e si capisce come il Carducci, al quale la regola, la disciplina e le consuetudini della Scuola Normale e della Università non andavano punto a genio, sfogasse scrivendola tutte le ire e le scontentezze che gli avevano amareggiato quelli anni di studio. Oramai egli stava per uscirne. Ma pur troppo non doveva essergli molto più lieta, benchè in apparenza più libera, la vita d’insegnante che uscito di là avrebbe cominciato.
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Il corso degli studi alla Scuola Normale durava tre anni. Alla fine del primo i normalisti doveano rispondere sulla materia del terzo corso universitario; alla fine del secondo doveano dare l’esame di laurea. Il Carducci si presentò a questo esame il 16 giugno 1855, e il 25 fu insignito della laurea.
«Allora, per ottenerla, scrive il Cristiani, non si presentavano tesi, e perciò l’esame non differiva da quello degli altri anni del corso universitario. Un po’ diversa da quella d’oggi era la cerimonia della laurea. I candidati in giubba e cravatta bianca movevano insieme verso la curia arcivescovile, e lì, entrati in un’ampia sala, dove si tenevano anche i pubblici dibattimenti delle cause appartenenti al fôro ecclesiastico, attendevano la venuta del vicario capitolare.
»Il vicario, entrato in compagnia del cancelliere, dava principio alla cerimonia con un discorso sui doveri che i buoni cittadini hanno d’esser fedeli al Sovrano, e zelanti della nostra santa religione, e faceva recitare ai candidati il Credo; poi, fatte infilare loro certe cappe sdrucite della forma di quelle dei professori d’Università, li chiamava a nome a uno a uno, li faceva avvicinare, e misurava loro in testa un berrettone dottorale, profferendo la formola: accipe pileum pro corona. Poneva fine alla cerimonia il giuramento solenne che tutti dovevano profferire, ripetendo parola per parola quello che ad alta voce leggeva il cancelliere. Suggellava la consacrazione lo squillo di due trombe.»[13]
Nel luglio dell’anno appresso (1856) ebbero luogo i pubblici esperimenti che conferivano ai normalisti il grado di magistero. «Il 2, scrive il Cristiani, il Carducci fece la lezione sul tèma di letteratura italiana da lui scelto: Dell’influenza provenzale nella lirica del secolo XIII.... Il tèma era stato trattato da lui con lungo studio e con grande amore; tuttavia gli mancarono due voti di plauso; mentre non glie ne mancò neppur uno nella lezione (che fece qualche giorno dopo) sul tèma di filosofia, Del culto interno ed esterno, copiata in gran parte dal Rosmini.»[14]
Il Carducci usava fin d’allora, come notò già il Puccianti, scrivere le lezioni che dovea dire a voce, affine d’imprimersele nella memoria più ordinate, più chiare, più precise. Io posseggo l’autografo delle due lezioni ch’egli fece per ottenere il magistero; e credo non dispiacerà ai lettori conoscere la chiusa di quella sulla letteratura italiana, la quale nel manoscritto ha un titolo un po’ diverso da quello indicato dal Cristiani. È intitolata: Della poesia cavalleresca o trovadorica, e finisce così:
«A mostrare il processo di questo risorgimento intellettuale (il risorgimento della letteratura e dell’arte in Italia sul finire del medio evo), bisognerebbe ch’io con la scorta dell’istoria condottomi prima là su le sponde del mar di Sicilia dove fino dal 1180 suonava la rozza ma fervida italiana canzone di Ciullo d’Alcamo, quindi su le piazze di Assisi e di Fano dove le armi de’ cittadini uccidentisi tra loro restarono dal ferire alla poesia ispirata di san Francesco e di fra Pacifico, poi nella grande Università di Bologna madre del sapere italiano, mi fermassi in ultimo a contemplare la società fiorentina del secolo XIII, di quel tempo che i nostri cari cronisti chiamano il tempo del buon popolo vecchio.