»Vedrei colà virtù civili grandissime senza burbanza, virtù famigliari amabilissime senza mollezza, virtù artistiche grandissime senza sforzo: e quei nobili e quelli artefici che seduti insieme nella chiesa di San Giovanni dettarono le costituzioni del 1250 e del 1282, trattare, disvestito il lucco, il pennello e lo scarpello, la penna e la spada, come si trattavano allora: vedrei i figliuoli di cotesti uomini alla scuola di Brunetto Latini, altri apprendere a ben parlare e ben guidare il comune in su le opere di Cicerone e di Sallustio, e fra questi Giovanni Villani; altri accogliere il tesoro dell’enciclopedia contemporanea, e tra cotesti il Cavalcanti e l’Alighieri, che vi si ispiravano alla poesia filosofica: quindi tra le feste popolari del Calen di maggio, tra le splendide cavalcate de’ giovani, nelle cortesi ragunanze di popolo o sotto le loggie delle potenti famiglie o intorno al San Giovanni nascere la freschissima poesia di Dino Frescobaldi e Gianni Alfani.
»Dopo ciò noi avremmo innanzi agli occhi tutto il processo della poesia toscana, la quale comincia didascalica e con la forma narrativa della visione ed allegoria nel Tesoretto del Latini, nella Intelligenza di D. Compagni; seguita filosofando con maestà italiana nelle canzoni dell’Alighieri e del Cavalcanti; quindi nelle ballate e ne’ sonetti d’essi e dell’Alfani e del Frescobaldi con una religiosa purità di affetto non più sentita, con una agilità di forme non più veduta pare voglia aspirare al cielo, a quella guisa che vi aspirano i due angeli dipinti da Giotto nel tempio d’Assisi; infine dinanzi al popolo italiano ammirato sorge solitaria e gigantesca accanto a Santa Maria del Fiore la Divina Commedia.
»Tutto ciò avveniva, o signori chiarissimi, in quel tempo così superbamente compianto da una gente che ripone la somma civiltà nel non far nulla o nel rifar male quello che gli antichi fecero bene, in quel tempo che Carlo Botta chiamò lo stolido e scapestrato medio evo, fra quelli uomini che Carlo Botta chiamò goffe bestiaccie del medio evo. E fra quelle goffe bestiaccie erano Tommaso d’Aquino e Dante Alighieri. Ora dirimpetto ad essi fra i moderni economisti e politicanti chi grande?»
Il Carducci trattò poi nell’età matura questi medesimi argomenti di storia letteraria con ben altra compiutezza di studi ed originalità di pensieri; ma non è senza interesse vedere com’egli vi si cimentasse fin d’allora, in un tempo cioè in cui erano una novità in Italia; e vi si cimentasse per impulso del proprio ingegno, senza avere dai suoi professori nessuno indirizzo, nessun consiglio ed aiuto.
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Finiti gli esami, Giosue andò per qualche giorno a casa a Santa Maria a Monte, indi a Firenze a trovare gli amici; ma, prima di lasciare la Scuola Normale, mi ragguagliò con lettera dei 3 luglio del resultato del suo esame sulla letteratura italiana. La lettera diceva così:
«Ieri ebbi l’esame, o meglio feci la lezioncetta, e l’esito ne fu per me più che gradevolissimo. A pena cominciai ebbi l’uditorio dei chiarissimi in capelli bianchi e in toga, e dei chiarissimi in erba, e degli oscurissimi ancora, contro il costume attentissimo e silenzioso per un’ora (e dovevo parlare mezz’ora): e io lo padroneggiai col portamento e con la voce. Vi fu chi disse ch’era rimasto spaventato dalle mie citazioni fatte a memoria. Non potei finire del tutto il mio ragionamento, perchè il Provveditore mi disse da ultimo, vedendo che non la finivo più: Debbo annunziare al dottor Carducci, con mio dispiacere, che il tempo assegnatogli dalla legge è di già scorso da due quarti d’ora. E sonò il campanellino. E allora io birichinescamente feci un salto col quale dalla cattedra fui in terra tutto d’un pezzo. E l’uditorio rimase meravigliato anche della mia agilità nel far salti. Poi vennero i mirallegro, gli abbracciamenti, i baci dei chiarissimi e dei non chiarissimi, e tutte le persone della sala mi si raccolsero intorno. Poi andò a finire in un gran simposio; dopo il quale, la sera, lung’Arno, accompagnato dagli amici, io declamava un’epopea improvvisa sul padre Arno Dio etrusco dalla glauca capelliera, il quale non voleva riconoscere i lumi a gaz nè il vapore: e vi entravano di mezzo Tarconte, Porsena, la vergine Camilla e Turno, i quali andavano a spegnere i lumi a gaz, e portavano fuori le vecchie lucerne sepolcrali di Tarquinia e dei sepolcreti di Ceri. Eroe dell’epopea, ch’io un po’ cantavo, un po’ declamavo, era un vaso etrusco personificato, il quale entrava nell’Ussero e spaccava le tazze, i gotti, e simili buggeratelle moderne. E i compagni ridevano tremendamente, e la gente passava di lontano intimorita: e tutto questo lo facevo in abito nero, e con grandissima cravatta bianca, e i solinoni bianchi fuori, secondo il costume del Tasso.»
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Per la nomina del Carducci al Ginnasio di San Miniato si adoperarono anche il Rettore della Scuola Normale e il Provveditore della Università, i quali pur non potevano ignorare il carattere forte e indipendente del giovane; ma anch’essi erano vinti dalle prove d’ingegno e di dottrina ch’egli avea date, le quali naturalmente dovea parer loro che tornassero ad onore della Scuola e della Università. Per questa ragione anche i professori gli volevan bene e lo portavano, come si dice, in palma di mano, perdonando alla singolarità dell’ingegno le sue capestrerie.
Uno di essi, il professore di pedagogia e direttore della Scuola Giuseppe Pecchioli, scrisse nell’agosto da Livorno al proposto della cattedrale di San Miniato, da cui principalmente dipendeva la nomina degli insegnanti del Ginnasio, raccomandando come ottimo il Carducci, insieme a due altri, l’un dei quali buono e l’altro mediocre, e dicendolo: «Attissimo alla cattedra di letteratura latina e greca, benchè il suo forte, a vero dire, sia piuttosto la letteratura italiana.» Proseguiva la lettera dicendo: «Sulla moralità non debbo far gradazioni, perchè, in tutto il tirocinio universitario e normalistico, la loro condotta è stata esemplare, come si conveniva a giovani iniziati ad una carriera delle più delicate e importanti.»[15]