Quei professori non erano aquile, ma avevano abbastanza comprendonio da capire che il Carducci non era un allievo come gli altri; e forse speravano, nella loro ingenuità ed ignoranza del mondo in mezzo al quale vivevano, che quei giovani usciti dalla rigida disciplina scolastica ed entrati nella vita, avrebbero, per il bisogno di assicurarsi il tozzo, smorzato a poco a poco i loro ardori giovanili, e finito col diventare uomini seri e posati. Povera gente! come ci vedevano poco! Il Carducci e il Cristiani (nominato con lui al Ginnasio di San Miniato) prima che finisse l’anno doverono fuggirne; e l’uno di lì a poco divenne il poeta della rivoluzione, mentre l’altro era andato a combattere le battaglie per la liberazione d’Italia.

Ma non anticipiamo.

CAPITOLO III. (1856-1857.)

Gli amici di Firenze. — L’ode alcaica A Giulio. — Prime prove letterarie nell’Appendice alle Letture di famiglia. — Fiori e spine di Braccio Bracci. — La Diceria di G. T. Gargani. — Scandalo sollevato dalla Diceria. — Gli amici pedanti e la Giunta alla derrata. — Giovinetto romantico inventato dal Carducci. — Il Carducci in famiglia a Santa Maria a Monte. — Mia visita al Carducci a Santa Maria. — Il Carducci va maestro di retorica a San Miniato al Tedesco. — Il Passatempo e gli amici pedanti. — La casa dei maestri. — Alla méssa in domo. — Processo per accusa d’empietà. — Il Cristiani propone al Carducci di stampare le sue poesie. — «Jacta est alea.» — Pubblicazione delle Rime. — «Viva Apollo Febo lungi-oprante, Patareo, Delio, Cinzio, e moia chi dice di no.» — Il Carducci lascia San Miniato.

Mentre il Carducci era a Pisa, specie nell’ultimo anno, stette in continua corrispondenza con gli amici di Firenze, scrivendo al Gargani, al Targioni ed a me, più spesso che agli altri a me, che ero una specie di segretario della nostra piccola società. La corrispondenza era sopra tutto letteraria, ed aveva per iscopo di comunicarci i nostri lavori e di confortarci a vicenda nel sostenere col ragionamento e coll’esempio il classicismo in letteratura. Ci preparavamo, senza saperlo, alla fondazione della società degli amici pedanti, che sorse in quell’anno stesso, e affilavamo le armi per le future battaglie.

Il 27 aprile 1856, mandandomi manoscritta l’ode alcaica A Giulio, ristampata in tutte l’edizioni dei Juvenilia, Giosue mi scriveva: «Ode alcaica di soggetto serio, e in cui si tratti con forme classiche di cose del medio evo, e di 21 strofe, non è stata mai fatta in Italia; questo solo di singolare ha l’ode mia. Quel che mi vo’ sforzar di provare col fatto, è di far vedere che si posson trattare con le forme greche e latine le cose a cui dicono i barbari italiani volersi forme nuove, e intendono le romantiche. Quello che ho detto io con le forme d’Orazio e Giovenale, questi cani l’avrebber detto con le forme dei cori del Manzoni.»

Le lunghe lettere che il Carducci mi scriveva e le poesie che mi mandava, erano da me lette agli altri amici, al Targioni e a Torquato Gargani, coi quali facevamo tutti i giorni la nostra passeggiata al Parterre fuori di porta San Gallo. E là disputavamo di letteratura, parlavamo degli ultimi libri letti, ci consultavamo sui lavori da fare o che stavamo facendo. Avevamo tutti tre le stesse idee in fatto di letteratura, ch’erano pure le idee del Carducci, benchè ciascuno, s’intende, avesse gli autori suoi prediletti. Ma era questione del più o del meno: tutti eravamo d’accordo nel mettere sopra tutti Dante e il Petrarca fra gli antichi, l’Alfieri, il Parini, il Monti, il Foscolo, il Leopardi fra i moderni. Io aggiungevo a questi un prosatore, il Giordani, del quale a poco a poco inoculai l’ammirazione anche agli altri.

Il Targioni aveva preso di recente la laurea in legge, ma aveva tutt’altra voglia che di fare l’avvocato. Il Gargani era tornato di fresco da Faenza, dove aveva fatto per tre anni il precettore in una casa privata.

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Si aggiungevano spesso a noi nelle nostre passeggiate al Parterre il Nencioni ed altri giovani stati condiscepoli di lui, del Carducci e del Gargani alle Scuole Pie; ma non tutti avevano le nostre idee nè facevano della letteratura la loro prediletta e principale occupazione. Ricordo fra questi Luigi Prezzolini, dottore in legge, gran giobertiano, che disprezzava il Giordani, chiamandolo retore e parolaio, ed avea perciò con me frequenti e feroci dispute; e Giulio Cavaciocchi, grande ammiratore del Tommaseo, nostro aiutatore nelle ricerche di lingua al tempo delle nostre guerre letterarie, e grande cercatore di spropositi negli scritti del Fanfani. Il Prezzolini andò, dopo il 1860, segretario del Peruzzi ministro a Torino e finì prefetto (la politica del Pelloux lo mise a riposo nel 1899 ancor valido di forze e pieno di spirito, di che egli si afflisse, e indi a poco morì). Il Cavaciocchi entrò anche lui verso il 1860 negli uffici pubblici, aggiunse alla sua ammirazione per la prosa del Tommaseo quella per la prosa del Ranalli nelle Storie, e morì di mal sottile nel 1867, che non aveva ancora trenta anni.