Questi due nostri amici non scrivevano allora e non scrissero mai nè articoli per riviste, nè libri: il loro amore per la letteratura, più savio del nostro, si limitò sempre alla lettura: noi invece scrivevamo e pubblicavamo. Il Carducci, il Nencioni ed io avevamo stampato dei versi fino dal 1855 in un Almanacco delle dame edito dal cartolaio Chiari a Firenze; e il Carducci anche prima di quel tempo il sonetto pei coristi del teatro di Borgo Ognissanti e un’ode per nozze: aveva poi pubblicato in quello stesso anno 1855 un’Antologia poetica con larghe annotazioni intitolata L’arpa del popolo, componendola delle poesie già da lui di mano in mano illustrate nelle Letture di famiglia, periodico fondato e diretto da Pietro Thouar. Ma le nostre vere prove letterarie le cominciammo l’anno appresso nell’Appendice alle Letture di famiglia, altro periodico fondato e diretto dal Thouar stesso. Il Carducci vi pubblicò, sotto il titolo di Saggi di studi sopra la lingua e letteratura latina, il commento di un pezzo delle Georgiche di Virgilio e dell’Epodo VII di Orazio, con la traduzione in prosa e larghissime illustrazioni. I versi della Georgica commentati e tradotti sono i 43-71 del primo libro. Alla traduzione seguono cinque dissertazioni: I, Dell’accordare il tempo stabilito da Virgilio all’arare con quello stabilito da Esiodo, e della primavera e dello Zefiro; II, Del monte Tmolo; III, Dell’India conosciuta da’ Greci e da’ Romani; IV, Dell’Arabia in generale, e particolarmente dell’Arabia felice e de’ Sabei; V, Dei Calibi, e dei ritrovatori e lavoratori del ferro. Con uguale larghezza illustrò l’Epodo oraziano, facendo seguire al commento osservazioni e notizie particolari sopra i punti più importanti, sopra i traduttori e gli imitatori. Oltre ciò collaborò col Targioni e col Gargani ad un saggio d’interpretazione delle poesie del Parini, del Foscolo e del Leopardi, pubblicato in quello stesso anno 1856, dopo il quale cessammo di scrivere nell’Appendice.

***

Intanto un livornese nostro coetaneo, Braccio Bracci, che noi non conoscevamo di persona, e che più tardi divenne nostro buon amico, pubblicò un volumetto di versi «Fiori e Spine», con in fondo una lettera del Guerrazzi, che, per una delle poesie ristampata nel libro, chiamava il poeta uccello destinato a gran volo. Il Gargani, che da guerrazziano, quale il Carducci lo avea conosciuto alla scuola dì retorica, si era nei tre anni di dimora a Faenza convertito, come dice il Carducci stesso, a un classicismo rigidamente strocchiano, ebbe primo di noi conoscenza dei versi del Bracci, e ne fece col Targioni e con me argomento di discussione nelle nostre passeggiate. I versi erano su per giù dei soliti, come ne facevano i giovani d’allora, che avean letto il Prati e gli altri moderni. Il Bracci aveva in famiglia qualche improvvisatore, credo il padre stesso; ed egli pure, se ben ricordo, fra le allegre brigate d’amici improvvisava. Nessuna meraviglia quindi che ne’ suoi versi ci fosse un po’ dell’improvvisatore; ma non c’era nessun sapore di classicità; l’espressione era poco meditata e lavorata; qualche verso non tornava; e poi quel titolo «Fiori e Spine» e l’elogio del Guerrazzi, che consigliava il poeta a studiare la poesia degli Alemanni, dei Polacchi, degli Scandinavi e dei Russi, tutto ciò ci fece uscire dai gangheri, e fece venire in testa al Gargani di scrivere una critica del volumetto del Bracci. Al che il Targioni ed io lo incoraggiammo. Il Carducci, appena informato da me di ciò, mi rispondeva: «Ho caro, anzi carissimo, che il Gargani attenda a riveder le bucce al Bracci: ci avevo pensato io: l’esame me ne distornò: del resto vorrei che fra noi facessimo giuramento di non lasciare impunito qualunque libretto di poesia sia per venir fuori da oggi in poi. Anche questo sarebbe un mezzo ad ispaventare la canaglia. La quale ho sentito dalla tua lettera legarsi a nuova offesa del nome italiano. Facciano: noi risponderemo alla loro strenna col libro nostro sul Pazzi e con articoli di critica. E sosterremo a mezza spada, finchè morte ne segua, la scuola antica, e con lavori di nostro e con osservazioni su gli altrui; così, anche non potendo eseguire la intenzione nostra, ci valga e basti l’onore dell’aver protestato e francamente, giovani e soli, contro una irruzione straniera nelle lettere peggiore della irruzione straniera armata nel paese.»

***

Inutile dire come queste parole aggiungessero sproni alla nostra voglia di battagliare. Il Gargani cominciò subito a scrivere la critica dei versi del Bracci, e giorno per giorno veniva leggendo al Targioni ed a me ciò che aveva scritto; noi facevamo le nostre osservazioni, assentendo più volentieri dove la critica era più feroce. Per noi era questione più che altro di sentimento, non era quindi e non poteva essere questione di serenità di giudizi. Perchè le punture della critica fossero più acute, il Gargani elesse pel suo discorso, anzi Diceria, com’egli la chiamò, la forma ironica, esaltando ciò che intendeva deprimere, deprimendo ciò che voleva esaltare. Il discorso gli si allargò per via, tanto che il Bracci divenne poco più che il pretesto per assalire tutta la letteratura romantica. Ma dove pubblicare il discorso? Era troppo lungo per un articolo di giornale; e difficilmente se ne sarebbe trovato uno a Firenze che volesse accoglierlo. Allora si pensò di stamparlo in opuscolo a spese nostre, cioè degli amici. Il Carducci ai 5 di giugno mandava come contributo suo e del Pelosini quattro paoli, scrivendo: «Di più non possiamo per ora. Gli altri leopardiani (il Tribolati e il Bonamici) invieranno, spero, presto.» Come si vede, non eravamo ricchi.

Che cosa fosse la strenna che io denunziavo al Carducci come nuova offesa al nome italiano non ricordo esattamente: credo la strenna intitolata Il Giglio fiorentino, pubblicata appunto in quell’anno a Firenze dagli editori G. Riva e Comp. Era un volume in-8º di pag. 148; e fu compilata da Ferdinando Martini, che aveva allora sedici anni e che non vi mise il suo nome, ma vi mise innanzi una sua breve prosa, della quale più tardi fece giustizia da sè, scrivendoci su di sua mano: scritto asinesco. La copia dov’è questa giustizia è ora posseduta da Guido Mazzoni, che dandomene notizia aggiunge: «Del resto la strenna è come tutte le altre; tra i collaboratori anzi ve n’ha degli eccellenti: il Tommaseo, il Thouar, il Maffei, il Carcano, il Conti, l’Emiliani Giudici, il Borghi, ecc. E ci son lettere inedite del Giusti, del Giordani, del Gioberti.»

Probabilmente io avevo avuto notizia della strenna molto inesattamente dal Cavaciocchi; e su quella inesatta notizia avevo scritto chi sa che cosa al Carducci. Il nostro libro sul Pazzi doveva contenere sei canzoni sopra sei busti, che lo scultore amico nostro aveva, per nostro suggerimento, incominciato a modellare, con l’intenzione di scolpirli in marmo. Erano i busti dell’Alfieri, del Parini, del Monti, del Foscolo, del Leopardi, del Giordani. Il Carducci avea già scritto la canzone pel busto d’Alfieri, che si legge nei Juvenilia, il Gargani scrisse quella sul Foscolo, che pubblicò più tardi con un’altra canzone, un idillio e dieci sonetti (Faenza, Conti, 1861), Francesco Donati (uno scolopio che avendo fino dai primi del 1856 conosciuto alcuni di noi, diventò subito amico di tutti) scrisse, ma non pubblicò mai, quella sul Parini.[Vedi le note a pag. [443]] Quella sul Monti non rammento con esattezza a chi fosse assegnata: parmi al Carducci. Il Targioni ed io cominciammo, ma non finimmo, le nostre sul Leopardi e sul Giordani.

Il libro poi non si fece: e dei busti furono finiti, se ben ricordo, quelli soli dell’Alfieri, del Parini, del Foscolo e del Leopardi.

Ma fu finita e stampata in quattro e quattr’otto la Diceria del Gargani con questo titolo: «Di Braccio Bracci e degli altri poeti nostri odiernissimi, Diceria di G. T. Gargani, a spese degli amici pedanti.» Il nome di amici pedanti fu una trovata del Gargani, ch’ebbe subito la nostra approvazione.

***