Quando il Carducci, dati gli esami a Pisa, e fatta una visita alla famiglia, andò a Firenze, la Diceria era stata pubblicata allora allora, ed aveva, com’è naturale, sollevato uno scandalo enorme. I nostri amici stessi (non pedanti, s’intende), con a capo il Nencioni, la condannavano. La condannava anche il Donati, che pure era classico quanto noi. Degli altri è inutile dire. Anzi il Nencioni, per mostrare che non partecipava al classico nostro fanatismo, pubblicò nello Spettatore alcuni versi Al Manzoni. Restammo a difendere la Diceria il Carducci, il Targioni ed io, che da quel momento fummo i soli veri amici pedanti. Non che non sentissimo anche noi quel che c’era in essa di esagerato e di irragionevole nella sostanza, di strano e di barocco nella forma; ma si trattava dell’onore delle armi; e quanto alla bontà del concetto fondamentale non avevamo e non ammettevamo alcun dubbio. Per un pezzo nelle nostre passeggiate e tutte le sere al Caffè Vitali in via Por’ Santa Maria battagliavamo fieramente con gli altri amici intorno alla Diceria. Tra quelli che più la vituperavano c’era un buon diavolo, che voleva passare per intendente di lingue orientali, anzi a dirittura per orientalista; che pubblicava, copiandole di su i codici che non sapeva leggere, scritture del trecento; che facea de’ versi come questi:
D’Alighieri nudrice,
Sua comedia felice-
mente divina a noi pose nel core:
Amammo, e dei mortali
Similmente immortali
Credevamo gl’intenti, e fu utopia.
Costui, un buon diavolo, come ho detto, che noi, specialmente il Nencioni, prendevamo un po’ in giro, non sapeva nominare la Diceria altrimenti che la Diceriaccia. Ferdinando Martini, che in un giornaletto La Lente pubblicava periodicamente il bollettino della salute del Gargani, la chiamò con più spirito la Su’ Diceria, alludendo alla poca eleganza, diciamo pure alla poca correttezza, del vestiario dell’amico nostro. Tutti gli altri giornali di Firenze, Lo Spettatore, Il Passatempo, La Lanterna di Diogene, L’Avvisatore, Il Buon Gusto, Lo Scaramuccia, L’Eco dei teatri, rovesciarono, con un accordo mirabile, un mucchio di scherni e di contumelie sopra il povero Gargani.
Il Passatempo, che nel suo n. 30 (26 luglio 1856) aveva pubblicato un articolo serio ma durissimo contro l’autore della Diceria, gli fece nel successivo n. 31 (2 agosto) la caricatura.[Vedi le note a pag. [443]]
Il Gargani per una malattia avuta da ragazzo aveva perduto i capelli, e portava la parrucca. La figura di lui è ritratta al vivo dal Carducci con queste parole: «pareva una figura etrusca scappata via da un’urna di Volterra o di Chiusi, con la persona tutta ad angoli, ma senza pancia, e con due occhi di fuoco.» Nella caricatura fattagli dal Passatempo non c’è la più lontana somiglianza con lui. Egli è raffigurato, con un gran testone e gli orecchi molto lunghi, seduto allo scrittoio nell’atto di scrivere la risposta ai giornali; intanto che un ragazzetto, il Passatempo, ritto sulla spalliera della poltrona ov’egli siede, gli toglie la parrucca lasciando scoperta la nuca, sulla quale si legge: Di Braccio Bracci e degli altri poeti odiernissimi. Sopra la caricatura è questo titolo: Il Passatempo e un pedante; e sotto, le parole che dice il ragazzo alzando la parrucca: — Vediamo che cos’ha in questo zuccone.... To! sembrava che ci dovesse avere un’altra Divina Commedia e invece....