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Il decennio fra il 1880 e il 1890 fu, come sappiamo, uno dei periodi più fecondi e felici della opera letteraria del Carducci; nel 1882 pubblicò le Nuove Odi Barbare, nel 1883 i sonetti Ça ira, nel 1883 e ’84 le tre serie di Confessioni e Battaglie e le Conversazioni critiche (edizione Sommaruga), nel 1884 lo scritto Dell’Inno La Risurrezione di Alessandro Manzoni e di San Paolino d’Aquileia e il discorso Per un monumento a Virgilio in Pietole, nel 1887 le Rime nuove, nel 1888 i tre discorsi su L’opera di Dante, su Jaufré Rudel, su Lo Studio bolognese, nel 1889 il discorso La poesia e l’Italia nella quarta Crociata e le Terze Odi barbare, nel 1890 l’ode Piemonte. E come d’allora in poi il vigore del suo ingegno e l’operosità sua non accennarono mai a declinare, nè passò anno fin verso la fine del secolo ch’egli non pubblicasse nuovi scritti in poesia ed in prosa attestanti quella operosità e quel vigore, così l’ammirazione per lui andò sempre crescendo.
Pure chi volesse dal favore col quale, specie nell’ultimo ventennio, furono accolte le opere sue argomentare ch’egli come scrittore rappresentasse il tempo suo, s’ingannerebbe, secondo me, grandemente.
Dall’inno Al beato Giovanni della pace alle Rime di San Miniato, dalle poesie per Aspromonte e Mentana alle odi Per la commissione araldica, per Giovanni Cairoli, al Canto dell’Italia che va in Campidoglio, all’ode A proposito del processo Fadda, egli non fa che rampognare e vituperare i suoi cari compatrioti. E se con la poesia li rampogna e li vitupera, non li tratta meglio con la prosa. A parte gli scritti polemici (i quali pur mostrano che le idee dei suoi critici erano agli antipodi con le sue, e che perciò anche fuori della poesia egli non era l’uomo del suo tempo), basta rammentarsi ciò ch’egli scrisse contro i numeri unici, contro le arcadie della carità, contro le conferenze, contro la monumentomania, contro le processioni, le commemorazioni, i banchetti patriottici, letterari, scientifici, tutte cose che rimarranno caratteristiche della età nostra, per persuadersi che sarebbe un controsenso chiamarlo rappresentante di quella età. Io lo direi piuttosto un giudice e censore di essa severo e spietato.
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Egli fu studioso della storia come pochi. Lo studio della storia fu in lui una passione, che dai primi anni lo accompagnò per tutta la vita. La conoscenza piena, minuta, sicura, che, per effetto di tale studio appassionato e non mai interrotto, venne acquistando degli avvenimenti umani presso tutti i popoli in tutti i tempi, formò il substrato della sua vasta cultura, e si era, direi quasi, immedesimata coi suoi sentimenti e co’ suoi pensieri.
Con la storia e per la storia egli viveva nel passato, viveva in un mondo ideale, popolato di uomini forti, giusti, virtuosi, sinceri; e quando da cotesto mondo gli accadeva di scendere nel mondo reale e trovarsi a contatto con gli uomini del tempo suo, con gli uomini veri, si adirava di trovarli tanto diversi, e sfrenava contro di essi, sotto forma di periodi o di strofe, le freccie avvelenate dell’ira sua.
Si capisce da ciò come la prima accoglienza ai suoi scritti fosse naturalmente di avversione e di repulsione. Ma dopo che la luce di quell’ingegno, sfolgorando in tutta la sua pienezza, apparve splendida e pura alle menti da prima incerte e restie, tutti cominciarono a poco a poco a comprendere che le ire, le bizze e le invettive dello scrittore movevano da un’idea superiore di giustizia e di moralità, e quell’avversione e quella repulsione cominciarono a poco a poco a cedere il luogo all’ammirazione e alla lode.
Se dopo la così detta evoluzione del poeta si levò qualche voce discorde intorno all’opera letteraria di lui, se qualcuno si provò a deprimere, in confronto delle poesie anteriori, le grandi odi storiche composte dal 1890 in poi, e qualcuno ad esaltarle eccessivamente proclamandole superiori alle prime, furono voci procedenti dalla passione e dalla politica, e perciò di nessun valore nel campo dell’arte, voci che il vento di un giorno bastò a disperdere e che oggi più nessuno ricorda.
Oggi che l’opera dello scrittore è compiuta, il consenso unanime della nazione ne riconosce l’alto valore e la consegna alla storia.