Accennai già a questo fatto ed agli scolari del Carducci in Bologna dopo il 1870. Dissi pure che intorno al 1880 ci fu una specie di risveglio poetico, a proposito del quale si parlò molto impropriamente di Scuola bolognese.
Tutto ciò ha bisogno di qualche spiegazione.
Se in un certo senso può dirsi che il Carducci ebbe una scuola, ciò deve intendersi unicamente della influenza che gli scritti suoi, così di poesia come di prosa, esercitarono sopra la gioventù del suo tempo; ma come questa gioventù non fu soltanto quella della Università di Bologna, sì della Italia intera, così la scuola, se mai, deve chiamarsi italiana, non bolognese. Parlare di scuola poetica bolognese, perchè lo Zanichelli pubblicò quasi contemporaneamente nella sua collezione elzeviriana le Odi barbare del Carducci, le poesie del Panzacchi, del Guerrini e di qualche altro, e perchè il Carducci prese parte insieme col Guerrini alla polemica contro il Rizzi e l’Alberti, è un non senso. Le poesie del Panzacchi non avevano nessun punto di contatto con quelle del Carducci, e non ne risentirono alcuna influenza; quelle del Guerrini anche meno. Che nel volume Nova Polemica ci fossero alcuni componimenti in metri barbari, non vuol dir niente: la sostanza e gli spiriti delle nuove poesie del Guerrini erano rimasti gli stessi, o di poco modificati, e perciò molto diversi dalle poesie del Carducci. Anche non vuol dir niente che il Panzacchi e il Guerrini, come tutti gli altri scrittori di versi di quel tempo, chiamassero il Carducci maestro. Si può dare ad uno il nome di maestro, e non essergli scolari.
Gli scolari veri del Carducci erano la nuova generazione che allora veniva su, nel pieno fiore della giovinezza, e non solamente in Bologna. Per quei giovani la pubblicazione di ogni nuova poesia di lui era un avvenimento. Bisogna essere stati in mezzo a loro, e rammentarsi l’impazienza con la quale attendevano ogni numero del Fanfulla della Domenica che doveva recare una nuova ode barbara; bisogna rammentarsi l’interesse e l’entusiasmo con cui la leggevano e le discussioni calorose, animate, interminabili che vi facevano sopra.
Io nominai due degli scolari dei Carducci, uno, scolare vero a Bologna, il Pascoli, l’altro, scolare da lontano, il Marradi; autori ambedue di poesie che sono lette e piacciono. Le Myricæ del Pascoli hanno avuto in pochi anni sei edizioni; le Poesie che il Marradi scelse dalle varie raccolte da lui pubblicate dal 1879 in poi e riunì l’anno passato in un volume edito dal Barbèra, sono già alla terza edizione.
Il Marradi è (come il Carducci lo chiama) «poeta mero: impossibile a lui mortificare l’ingegno nella vil prosa, sì della critica e della filologia, sì del bozzetto e della novella.»[83] Le poesie del Pascoli invece (non poche, e tutte attestanti, attraverso l’ispirazione forte e sincera, un lavorio d’arte, che a volte può parere eccessivo) non sono che una piccola parte dell’opera sua letteraria. Il Pascoli, oltre che poeta, è prosatore, critico, erudito, filologo, commentatore, interprete, traduttore. Anzi, a considerare l’insieme del suo lavoro, si direbbe ch’egli è poeta a tempo perso, nelle ore d’ozio (ben poche) che gli concede la sua instancabile operosità. Scrive poesie latine; traduce metricamente da Omero ed Esiodo, da poemi e romanze in francese antico; passa da questi allo Shelley, al Tennyson, a Victor Hugo; torna dal francese e inglese moderno al greco di Platone e al latino di Livio; dai commenti a Vergilio ed Orazio passa all’Inferno di Dante; e scrive intorno alla Commedia opere di lunga lena, per le quali si potrebbe credere ch’egli in tutta la sua vita non avesse fatto altro che studiare il poema divino.
Gli scolari del Carducci sono un numero infinito (quando dico scolari intendo tutti quelli che nella loro educazione letteraria sentirono l’influsso di lui): ebbene, fra cotesti moltissimi sono ben pochi quelli che si volsero alla poesia: non passano, credo, in tutti, la mezza dozzina; o la passano di poco. Perch’egli davvero non incitò nessuno a comporre versi; e a quei ragazzi, che, dopo la fortuna dello Stecchetti, si misero a scrivere poesie veriste, quando ebbero la infelice ispirazione di rivolgersi a lui, diede tali lezioni, che dovettero rammentarle per un pezzo e perdere per un pezzo la voglia di disturbare le Muse. Ad una di quelle lezioni, pubblicata nel Preludio di Bologna del 9 novembre 1881, lasciandola ristampare l’anno dopo, annotava: «I ragazzi che fanno gli omettini e i cattivelli e saputelli, che bestemmiano, che fumano, che seccano la gente grande mettendosi fra’ piedi, io gli ho a noia, e, fedele all’educazione antica, li piglio a scapaccioni.»
Ma per le poesie di due scolari suoi veri, Severino Ferrari e Guido Mazzoni, ebbe parole di lode e consigli amorevoli. Il Ferrari fece un anno solo di studi a Bologna e gli altri all’Istituto superiore di Firenze, dove lo attiravano le biblioteche; il Mazzoni, presa la laurea in lettere a Pisa, andò a fare un anno di perfezionamento a Bologna, e l’impressione che riportò della Scuola del Carducci ebbe un’influenza grande nella sua vita di scrittore e d’insegnante. Anche per lui e pel Ferrari la poesia è quasi un di più; gli studi che più strettamente si attengono al loro insegnamento assorbendo la maggior parte della loro operosità; e il Mazzoni spendendo tutto sè stesso per la scuola, anzi per le due scuole alle quali attende. E l’uno e l’altro san poi trovare il tempo di accrescere il patrimonio letterario della nazione con pubblicazioni importanti.
Come il Ferrari si unì al maestro per compiere il commento alle Rime del Petrarca, di cui il Carducci aveva dato fuori un saggio fino dal 1876, così un altro dei suoi scolari, Ugo Brilli, collaborò con lui alla compilazione delle Letture italiane per le scuole ginnasiali; perchè in tutta l’opera sua di scrittore e di insegnante il Carducci si inspirò sempre a quel concetto che riferii con le sue stesse parole in principio di questo capitolo; e niente gli parve conferir meglio all’attuazione di esso quanto il rafforzare e migliorare nelle scuole secondarie lo studio dei classici e tener desto e operante nei giovani il culto della patria. Perciò non gli parve ingloriosa fatica apparecchiare libri di lettura per i ginnasi; perciò accettò di dirigere una biblioteca scolastica di scrittori italiani, alla quale collaborarono amici e scolari suoi; perciò attese con amore negli ultimi anni ad una scelta di Letture del risorgimento italiano, alla quale attribuiva maggiore importanza, e della quale si compiaceva molto più che delle altre sue opere. Nè senza grande amarezza constatò che al nobile pensiero suo male rispondeva il pensiero del pubblico italiano.
Egli aveva pubblicato la prima serie delle Letture del risorgimento nel 1896: l’anno appresso, pubblicando la seconda, vi premetteva, fra le altre, queste parole: «Alcuno, forse benevolo, si compianse, come d’un segno dello scadimento dei tempi e dell’oscuramento degl’ingegni, di questo attendere d’un poeta a scelte di storia. Grazie. Troppi versi ho io fatto, e troppo poco ne sono contento: vorrei avere adoperato meglio il mio tempo, e tutta la gloriola, se pur gloriola v’ha, del mettere insieme sillabe e rime abbandono volentieri per le ore di sollevamento morale e di umano perfezionamento che procura ai bennati la rivelazione d’un’anima grande, la narrazione d’un fatto sublime, l’esposizione di pensieri superiori al senso e all’immediatezza utile e pratica. Niente è sì esteticamente bello come la devozione e il sacrifizio d’un uomo alla libertà, alla patria, a un’idea; niun dramma parve a me sì commovente come il delirio di Camillo Cavour moribondo, niuna epopea sì vera e splendente come le battaglie di Calatafimi e Palermo, niuna lirica sì alta come il supplizio di Giuseppe Andreoli, di Tito Speri, di Pier Fortunato Calvi.»