La questione della pornografia in versi fu ripresa nei giornali domenicali del 1883 dal Panzacchi, dal Nencioni e da me, in contradizione con Luigi Lodi, a proposito di alcune poesie del D’Annunzio. Noi in fondo sostenevamo allora, contro il Lodi, le medesime idee ch’ebbe ad esporre più tardi il Carducci col pezzo di prosa che ho riferito.[82]
***
Chi scriverà la storia della letteratura italiana nella seconda metà del secolo passato, giunto al tempo di cui parliamo dovrà rilevare alcuni fatti abbastanza consolanti; a parte quel risveglio poetico, che, se ne togli il Carducci, ha poca o nessuna importanza, e che col Carducci era cominciato assai prima. Tutta la poesia vera della seconda metà del secolo è nelle opere di lui, le quali, come altri osservò, sono talora poesia se anche scritte in prosa.
La prima metà del secolo ebbe due ingegni di prim’ordine, pensatori, prosatori, poeti, il Manzoni e il Leopardi; i quali, rappresentando fortunatamente due scuole diverse, anzi opposte (che cioè si credevano e volevano essere opposte, mentre miravano allo stesso fine), la scuola romantica e la classica, furono cagione che in processo di tempo queste si giovassero reciprocamente, correggendo ciascuna le deficienze e gli eccessi dell’altra. Intorno a quei due grandi, il grande agitatore genovese, sognante l’unità d’Italia, quando essa non poteva essere più che un sogno, e una larga schiera di scrittori (filosofi, romanzieri, poeti) che le opere loro dirizzarono al fine glorioso della liberazione della patria, mantenendo vivo nei petti degl’Italiani l’odio ai principi e agli stranieri che la tenevano divisa ed oppressa.
Nei primi venti anni della seconda metà del secolo la politica fece, com’era giusto, tacere la letteratura; e l’Italia ebbe, invece di grandi scrittori, tre uomini d’azione, un re, un guerriero, un diplomatico, che, aiutando gli eventi, seppero compiere quella gloriosa opera della liberazione della patria, e trasformare in realtà il sogno di Giuseppe Mazzini. Dinanzi alle ombre di Vittorio Emanuele, di Garibaldi, di Cavour, le ombre dei grandi scrittori della prima metà del secolo piegano riverenti la fronte.
Ma dopo che nel 1870 l’Italia ebbe conquistata la sua capitale, si vide che quei venti anni di silenzio non erano stati infruttuosi per la letteratura. Un nuovo soffio di vita intellettuale era passato sopra la giovane nazione; i migliori ingegni si erano venuti aprendo e maturando al sole della libertà; il movimento degli studi presso gli altri popoli aveva stimolato alla emulazione gl’Italiani; l’amore alle discipline storiche, già in onore fra noi, si era ravvivato, allargato, e rafforzato nella ricerca paziente dei documenti e dei fatti; nelle discipline filologiche era penetrato il rigore scientifico, nelle letterarie il metodo storico, saviamente contemperato all’estetico, già signoreggiante in alcune regioni d’Italia per opera di Francesco De Sanctis; le correnti delle due scuole, romantica e classica, si erano frattanto venute lentamente fondendo, e gl’ingegni meglio aperti alla verità avevano riconosciuto e preso quello che c’era di buono nell’una dottrina e nell’altra.
Le Facoltà filologiche dei nostri Atenei, cresciute dopo il 1860 di numero e andate via via rinsanguandosi di nuove forze, contavano insegnanti che con le opere loro e col nome tenevano alta nel mondo la riputazione degli studi italiani. Anche fuori delle Università le lettere avevano quasi in ogni ramo rappresentanti e cultori, più o meno famosi, ma tutti notevoli e degni, che nei giornali domenicali, nelle riviste e nei libri, illustravano la storia letteraria e civile, disputavano d’arte, di critica, scrivevano novelle e racconti; notevole sopra tutti per la sua operosità e versatilità, veramente meravigliose, e pel suo sapere enciclopedico, non sempre sicuro, Ruggero Bonghi, che traduceva e illustrava Platone, scriveva la storia di Roma, fondava e dirigeva la Cultura, dava articoli a tutti i giornali, e dissertava di politica, di archeologia, di storia, di filosofia, di estetica, di filologia, di linguistica, e di non so quante altre cose nella Nuova Antologia.
Aggiungasi che dalle Scuole universitarie di Bologna, di Pisa, di Firenze, di Napoli, usciva una schiera di giovani, nutriti di studi seri, pieni d’ingegno e d’ardore, che promettevano di proseguire onorevolmente nell’insegnamento e nei libri l’opera dei loro maestri.
***
Tali erano le condizioni della cultura letteraria in Italia poco dopo il 1880, intorno cioè al tempo in cui il valore del Carducci cominciò ad essere generalmente riconosciuto. L’Italia si era finalmente accorta di possedere un poeta vero; i più illustri contemporanei, anche quelli che fino a poco tempo addietro lo avevano guardato un po’ di traverso, non sdegnavano di avvicinarsegli e di rendergli onore; e la gioventù italiana, che già da alcuni anni lo ammirava, sentiva crescere ogni giorno il suo entusiasmo per lui.