Solo che i lettori italiani avessero potuto leggere nell’originale, non dirò le odi del Klopstock e del Platen, ma le Elegie romane e l’Arminio e Dorotea del Goethe, i metri delle Odi barbare non avrebbero fatta loro quella strana e sgradevole impressione, che fu la cagion prima che impedì a molti di capire. E non si creda che cotesti molti fossero tutti gente incólta: c’era perfino qualche professore di lettere meritamente stimato, e veramente dotto.
Le poesie del Carducci in generale, e le Odi barbare in particolare, vogliono essere lette con molta attenzione nel silenzio tranquillo del proprio studio; vogliono, dirò di più, essere meditate e studiate, come tutta la poesia densa di pensiero e nutrita di dottrina: senza di ciò è impresa disperata il comprenderle. E allora accade che, dopo una prima lettura superficiale, si butta via disgustati il libro, dicendo: Ma che cosa annaspa costui? Chi lo capisce è bravo.
La reazione contro il primo giudizio della ignoranza e della fretta non tardò però molto. Quelli che non avevan capito alla prima, sentendo che c’era chi aveva capito, rilessero, studiarono e cominciarono a capire anche loro; e non andò molto che le Odi barbare furono proclamate la più alta poesia del Carducci. Alle prime seguirono poi le seconde e le terze, che confermarono, amplificandolo, il giudizio definitivo. Cosa poi singolare: le prime odi barbare, se si deve giudicare dal numero di edizioni che hanno avuto, sono state lette anche più delle seconde e delle terze, essendo di quelle stato messo in circolazione un numero maggiore di copie; ben sedicimila, prima delle ottomila copie delle Poesie complete.
Se si considera che l’Italia è un paese che legge poco e non compra libri; e che le poesie del Carducci non furono, come oggi si usa, declamate nelle sale e nei teatri, per accattar loro favore, nè la loro nascita fu mai annunziata telegraficamente come un grande avvenimento; che insomma mancò ad esse quella sapiente réclame che oggi i poeti sanno fare alla merce loro, bisogna pure riconoscere ch’esse dovettero avere in sè una gran virtù per vincere tutte le resistenze, per farsi leggere ed ammirare.
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Intorno a quel tempo, negli anni cioè poco prima e poco dopo il 1880, ci fu in Italia una specie di risveglio poetico. Erano gli anni della prima fioritura delle edizioni elzeviriane dello Zanichelli in Bologna, e del primo fortunato periodo del Fanfulla della Domenica in Roma. Il primo volumetto elzeviriano pubblicato dallo Zanichelli fu il Canzoniere di Lorenzo Stecchetti, Postuma; al quale, con pochi giorni di distanza, tennero dietro le prime Odi barbare del Carducci. Accennai nel capitolo VI le ragioni del successo veramente sbalorditoio dei Postuma: basti dire che in meno di tre anni ne furono fatte sette edizioni, ed oggi siamo alla ventiduesima. Dopo i Postuma e le Odi barbare vennero le poesie del Panzacchi, il Polychordon di Vittorio Salmini, le Nuove Liriche di Naborre Campanini, i Nuovi Versi di Vittorio Betteloni, le Canzoni moderne di Giovanni Marradi (Labronio), i Miei Canti di Corrado Ricci, le Poesie di Enrico Nencioni, le Nuove Poesie del Fontana, i Versi del Tarchetti, e un’altra quantità di poesie d’altra gente più o meno nota. Naturalmente questa efflorescenza non era tutta di fiori aulenti d’un modo; e non tutta la produzione poetica italiana si limitava ad essa; ma il più e il meglio certamente era lì. Un po’ per ragione dell’editore, un po’ perchè cotesto movimento letterario si era creato intorno al Carducci, si parlò molto impropriamente di Scuola bolognese. Inutile dire che il Canzoniere dello Stecchetti diede la stura a una quantità di poesie più o meno pornografiche, che i loro autori chiamarono veriste, tanto che verismo parve per un momento diventato sinonimo di pornografia.
Ci fu della buona gente che si scandalizzò e gridò contro questo verismo. E, facendo un po’ di confusione, misero in un mazzo col Guerrini il Carducci, considerandoli tutti due come i capi della Scuola bolognese, cioè verista, o pornografica.
Il grido venne da Milano; in forma di pochi sonetti satirici molto mediocri, preceduti da una breve prosa arguta e frizzante; opera gli uni e l’altra di Giovanni Rizzi, un buono e brav’uomo, molto manzoniano e molto attaccato alle sue idee morali e religiose. Al Grido milanese fece eco da Firenze un misero libretto del commediografo Luigi Alberti, buon uomo anche lui, ma quanto commediografo poco felice, altrettanto scrittore infelicissimo di prosa e di versi.[79] Rispose il Guerrini con un primo opuscolo di versi, Polemica; poi con un libretto di versi e prosa, Nova Polemica; finalmente il Carducci con lo scritto Novissima Polemica pubblicato nel giornale Il Preludio di Bologna (10 novembre 1879). Prese ultimo la parola il Rizzi con una nuova edizione del suo Grido,[80] accresciuto di una Appendice, mista pure di prosa e di versi; ma la vittoria restò letterariamente agli accusati; e il povero Alberti, investito da una scrosciante pioggia di ridicolo, rovesciatagli addosso dalla penna del Carducci, rimase, credo, intontito.
Il Carducci durò poca fatica a rispondere vittoriosamente quanto a sè, perchè l’accusa fattagli era ingiusta; il suo sano e forte paganesimo non avendo niente di comune col verismo pornografico dello Stecchetti. Quanto a questo, non seppe difenderlo meglio che allegando la sua discendenza legittima da Alfredo Di Musset, e mostrando che anche della brava gente, come il Tasso, il Corneille, il Parini e il Giusti, avevano a tempo loro composto dei versi licenziosi ed equivoci. Ma ciò non era una giustificazione. Nella sostanza i difensori della morale rimasero, per ciò che riguardava lo Stecchetti, dalla parte della ragione. Lo riconobbe in certo modo il Carducci stesso quando scriveva: «Anche a me, se ci bado, questa mostra in versi, che dura da qualche mese, di tante alcove in disordine non piace punto, perchè in somma è poco pulita, e riesce, come tutte le mostre, cordialmente noiosa. Desidero poi che il Guerrini s’allarghi fuor del genere voluttuario, come ha già mostrato di volere e saper fare.»
Dieci anni più tardi il Carducci esprimeva così le sue idee intorno alla poesia amorosa, idee alle quali rimase sempre fedele nei versi che scrisse. «Quanto all’amore, io credo, che la poesia recente sia tornata ad abusarne, e sono ben lungi dal concedere importanza e valore di arte a quegli sfoghi di erotismo e a quelle civetterie dell’io mughetto che i rimatori odierni si concedono. Lasciamo stare, per amor di Dio, Saffo; e non gridiam miracolo a tutte le inezie e porcherie di Catullo, e confessiamo che nei Lieder di Heine abbondano i madrigaletti: dei parnassiani francesi non mette conto discorrere. Insomma della poesia d’amore ammetto soltanto quella che la impressione singolare, fenomenale, individuale trasmuta nella rappresentazione universale, storica, umana: quasi quasi sto per dire che nella poesia d’amore io amo l’allegoria. Che un verseggiatore pensi di una Teresa o d’una Carolina così e così, ch’egli desideri di farle o le faccia questo e questo, e ch’ella faccia a lui questo e quest’altro; è cosa che può importar molto per quel momento a lui, che probabilmente importerà poco a lei e che non importa nulla a me. Ne faccia pur memoria il caro verseggiatore nel suo carnet e ne componga versi per albi o per ventagli o per ventarole o per musica; ma le confessioni da nessuno richieste e solo a’ collegiali curiose d’un vanesio o peggio non sono poesia: ci mancherebbe altro!»[81]