»L’uom s’affronti con l’uom: pugna è la vita.»
Due che, pure punzecchiati dal Carducci, non dissero mai una parola contro di lui, sono il De Amicis e il Giacosa; ma non si può pretendere che tutti abbiano la loro virtù; la quale è forse il miglior modo di rispondere agli assalti della critica e della satira, quando si crede di non meritarli o si sente che sono eccessivi. Ebbero essi medesimi la prova di ciò quando più tardi videro il Carducci rendere giustizia ai meriti loro.
Domenico Gnoli narrò nella Nuova Antologia del 15 marzo 1880 questo aneddoto, la cui verità gli era stata confermata dal Carducci stesso: «In una linea di strada ferrata presso Modena viaggiavano insieme alcuni uffiziali, e, discorrendo degli scritti del De Amicis, ne dicevano male a torto e a ragione. Un signore, che stava in un angolo leggendo, a poco a poco fu tratto anche lui nella conversazione, e prese a difendere il De Amicis. — È inutile, rispondeva un uffiziale, io sto col Carducci: Edmondo da i languori, il capitan cortese. Ma il Carducci, ripigliava il signore, ha detto così in una satira, che non va presa alla lettera; e poi se lo ha chiamato da i languori, non ha detto già che gli manchino altre buone qualità. E ricordò le pagine della caccia del toro nella Spagna e altre belle descrizioni. — Ma avendo detto nella discussione che il Carducci non era infallibile, parve agli altri ch’egli parlasse del poeta con poco rispetto, e la questione si faceva più viva. Intanto giunsero alla stazione: gli uffiziali nello scendere dettero al signore le loro carte da visita, e il signore rese la sua. Chi era? Il Carducci mi perdoni l’indiscrezione: era proprio lui.»[77]
Qualche cosa, se non di simile, di analogo, avvenne tra il Carducci e il Giacosa. Questa volta chi narra è il Carducci stesso. Egli aveva pubblicamente e ripetutamente dichiarato che non voleva, non sapeva e non poteva fare scritti, sia di prosa, sia di verso, nè conferenze o altro, a richiesta altrui: pure cedè ad un invito del Giacosa, che lo pregava di una conferenza a Torino per l’Esposizione, con offerta di compenso. «Prima di tutto, scrisse il Carducci, il Giacosa è il Giacosa, cioè un uomo di cuore e d’ingegno, del quale come scrittore, quand’era nella prima sua maniera, io aveva detto troppo male, e non mi parea vero di manifestarmegli grato del non aver egli badato a cotesto per mostrarmi la sua affezione.»[78] Poi aggiunse altre ragioni che qui non importano.
Ma non si può pretendere, come ho detto, che tutti abbiano la longanimità del De Amicis e del Giacosa; benchè certo sarebbe bene.
Lunga è la lista degli uomini pubblici, dei letterati, dei giornalisti, più o meno violentemente attaccati dal Carducci, o fatti segno alle sue punture satiriche, per effetto delle sue convinzioni politiche, artistiche, letterarie. Oltre quelli che ho già nominati, a chi conosce le opere del poeta vengon subito in mente i nomi del Lanza, del Sella, del Gualterio, del Cialdini, del Persano, del Mancini, del Villari, di Nicomede Bianchi, del Fanfani, del Rapisardi, del De Zerbi, d’Yorick, dell’Alberti, del Rizzi: e chi sa quanti altri ora mi sfuggono!
È naturale che la maggior parte delle persone attaccate dal poeta, fra le quali non poche di valore indiscusso e indiscutibile, non avessero per lui gran simpatia, sia pure che ne riconoscessero l’ingegno. Questo dovette esser pure un grande coefficiente della cattiva accoglienza ch’ebbero al loro primo apparire le Odi barbare.
Il favore col quale appunto in quel tempo erano accolti i libri del De Amicis era dovuto, è vero, in gran parte, anzi in massima parte, alla materia e alla forma, che rendevano quei libri accessibili e adatti alla intelligenza, al gusto e alla cultura della maggioranza dei lettori e delle lettrici italiane; ma è fuori di dubbio che una parte di quel favore deve attribuirsi anche alla simpatia del pubblico che lo scrittore aveva saputo guadagnarsi co’ suoi Bozzetti militari.
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Con tutto ciò, fatta la debita parte alla poca simpatia che godeva il poeta, rimane fermo che la ragione principale della non buona accoglienza incontrata dalle Odi barbare sta, come dissi, nella impreparazione del pubblico anche cólto a gustarle ed intenderle. Aveva perfettamente ragione il Carducci quando, a proposito dell’ode alla Regina, mi scriveva che un mezzo per capire le odi barbare era conoscere la poesia tedesca.