Nella prima metà del secolo passato le così dette cattedre di eloquenza delle nostre Università erano state palestra di esercitazioni retoriche ed accademiche, di maggiore o minor valore, secondo il maggiore o minore ingegno degli oratori; ma gli uomini come Ugo Foscolo vi capitavano di rado e non vi duravano a lungo; e Francesco De Sanctis, che in tempo a noi più vicino, senza troppo approfondire i particolari, ebbe una felice intuizione generale dei fatti storici della letteratura, e sopra quella fondò la sua critica nuova e geniale, è una gloriosa eccezione.
Il Carducci, anche prima di salire la cattedra dell’Ateneo bolognese, aveva indovinato da sè il metodo vero degli studi di storia e critica letteraria, cioè il metodo delle ricerche diligenti e pazienti dei fatti, sui quali fondare poi il ragionamento critico ed estetico. Cotesto metodo egli aveva cominciato già ad applicarlo nei Saggi da lui premessi ai volumetti della Collezione Diamante del Barbèra. E naturalmente, quando si trattò di insegnare la storia della letteratura all’Università, sentì il bisogno di cominciare dalle origini, appunto perchè meno conosciute e più oscure, e perchè senza di esse è impossibile rendersi ragione degli svolgimenti successivi.
Lo stesso fece il D’Ancona, nominato, quasi contemporaneamente al Carducci, professore di lettere all’Università di Pisa. La cosa era così nuova, che produsse un po’ di scandalo fra i letterati della dotta Alfea. — Ma questa non è letteratura italiana, questa è archeologia — dicevano i buoni Pisani, che ricordavano le chiacchiere sconclusionate del Rosini, e la lettura degli Ammaestramenti del Ranalli, fatta da Michele Ferrucci dalla cattedra d’eloquenza dell’Ateneo pisano. Certamente il Carducci non aveva imparato da loro.
È noto come il metodo storico abbia interamente rinnovato fra noi gli studi letterari; come è noto che nella scuola del Carducci non ci fu mai pericolo ch’esso ingenerasse freddezza e aridità. Oltre i suoi scolari, fanno di ciò testimonianza i suoi libri di prosa; i quali possono dividersi in due grandi categorie, libri di storia e critica letteraria, libri di critica d’arte e polemica. I primi sono un riflesso del suo insegnamento, e mostrano com’egli, armato d’una erudizione larga, minuta e precisa, sapesse coll’ingegno vivo, acuto, luminoso, penetrare più addentro negli argomenti che prendeva a trattare e scoprirne aspetti nuovi rimasti fino allora ignorati. I secondi sono un compimento dei primi, e un commento e una illustrazione continua dell’arte sua.
Il merito del Carducci erudito e scrittore di prosa fu riconosciuto più presto e più generalmente che quello di lui poeta, perchè a quel riconoscimento non contrastavano, o contrastavano meno, le opinioni politiche, la mancanza di gusto e le vecchie abitudini e i pregiudizi di scuola. E, diciamo anche, l’incoltura e la presunzione della critica spicciola dei giornali. I letterati serii, che si scandalizzarono alle audacie di pensiero dell’Inno a Satana, ammiravano l’erudizione e la critica di cui il poeta aveva dato saggio con la edizione delle poesie italiane del Poliziano; gli uomini e i giornali politici, che non potevano mandar giù le satire acerbe dei Giambi ed Epodi e si provavano a gittare qualche frizzo contro qualche stranezza o durezza delle Nuove Poesie, pur ammettendo il valore poetico non comune del libro, si sentivano in dovere di lodare senza restrizione gli Studi letterari pubblicati dal Vigo.
Ma quando qualche anno dopo uscirono le Odi barbare, apriti cielo. Non c’è esempio nella nostra letteratura di un diluvio di spropositi come quello che piovve allora sul capo del poeta. La critica dei giornali non aveva dato mai prima, e credo non desse mai dopo, uno spettacolo così stupefacente di ignoranza e di miseria intellettuale. Un critico che andava per la maggiore, e che ammanniva periodicamente ai lettori e alle lettrici della Illustrazione italiana sue lezioni di buon gusto e di estetica, disse che le Odi barbare erano una stonatura, una musica barbarica, una decalcomania; un altro, brava e cólta persona, disse che non erano state scritte sul serio, che il poeta aveva voluto prendersi burla del pubblico; un terzo, scienziato e giornalista, scrittore di drammi e di cose militari, pubblicò, come dissi in principio del cap. VII, un articolo pieno d’errori, per dare una lezione di metrica al Carducci. Questa critica, indipendentemente dalla parte che poteva avere in essa qualche dispetto personale, rappresentava la opinione vera e il grado di cultura della maggioranza del paese di fronte alla poesia delle Odi barbare.
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Ho parlato di dispetti personali. Era naturale, era umano che molti avessero dei risentimenti contro il poeta, perchè molti erano stati fatti segno ai suoi strali, alle sue punture, ai suoi scherzi. Il Carducci, fino da giovane, fu uomo di passione, d’impeti, di scatti; ebbe letterariamente antipatie molto pronunziate, nè sempre giustificate. Di alcune lo riconobbe egli stesso e con nobile franchezza lo confessò; perchè nelle sue antipatie non c’era niente di personale. Quando nello scrivere un di quei nomi gli capitava sotto la penna, bisognava ch’ei lo bollasse.
Paulo Fambri, che i lettori già sanno essere lo scienziato e giornalista che volle dare al Carducci una lezione di metrica, fu chiamato da lui il grosso Voltaire de le lagune; e perchè era in fondo un brav’uomo, le punture ricevute dal poeta non gl’impedirono di riconoscerne il valore. Lo stesso di altri. Il Bonghi fu, come ho detto, tartassato dal Carducci, e più d’una volta; e più d’una volta criticò egli il Carducci, nè molto felicemente; ma poi finì col riconoscere, non senza molte restrizioni, com’era suo costume, i meriti di lui. Il Bonghi, anche quando lodava, aveva sempre l’aria di dire: Voi avete fatto una bella cosa, ma io l’avrei fatta diversamente, cioè meglio.
Uno dei più maltrattati dal Carducci in verso ed in prosa fu lo Zendrini, che non si ristette dal criticare il Carducci fin che potè, ch’era un di quelli che dicevano male delle sue poesie nei crocchi delle signore (ciò ch’era naturale, dato il modo suo d’intendere e concepire la poesia e l’arte, affatto opposto a quello del Carducci); ma quando egli fu morto, il Carducci, dovendo parlare di lui, e volendolo fare «con quella coscenziosa e meditata libertà e schiettezza, della quale, diceva, gl’italiani han troppo bisogno,»[76] rese, senza niente disdirsi, piena giustizia al suo ingegno e alla sua dottrina, si dolse ch’ei fosse mancato all’arte, quando forse stava per rinnovellarsi, e concluse, a proposito di lui e di altri morti di fresco: «Magari fossero vivi! Combatteremmo ancora.