librate e al vulgo vile d’Italia.
E tu crescevi pensosa vergine,
quand’ella prese d’assalto intrepida
i clivi dell’arte e piantovvi
la sua bandiera garibaldina.
Non c’è nessun vanto in queste strofe: esse contengono la storia esatta della poesia del Carducci. La quale volle e seppe compiere una rivoluzione; rivoluzione contro i sentimenti, le idee e le forme che dominavano la vita e l’arte nel tempo suo, la vita e l’arte di una società languida e molle, senza forti convinzioni, eternamente sospesa, come egli diceva, fra il bene e il male, fra la verità e la convenzione. E la rivoluzione tanto fu compiuta, che quando la musa del Carducci stava piantando sui clivi dell’arte la sua bandiera garibaldina, il buon Aleardi, una sera, rispondendo a certuni che gli lodavano alcuni versi suoi, uscì a dire: «Non lodate, non lodate. Di tutta questa roba non resterà nulla di qui a vent’anni. Ho sbagliato. La strada è un’altra; e c’è già chi l’ha vista, e se non pretende di percorrerla troppo in furia, arriverà sicuro alla meta e otterrà fama vera e durevole. È un gran dolore, cari miei, quello d’aver lavorato tanti anni e dover poi confessare a sè stesso di non aver fatto nulla che valga.»[74]
Se la fama dell’Aleardi cominciò a declinare a mano a mano che si facevano strada le poesie del Carducci, giustizia vuol che si dica che le previsioni del poeta circa la completa oscurazione del suo nome furono più pessimiste del vero; poichè dei suoi Canti dal 1873 in poi furono fatte altre quattro edizioni, l’ultima delle quali è del 1899. E l’editore, ch’è uomo pratico di queste cose, ritiene che altre se ne faranno. C’è dunque ancora in Italia chi legge ed ammira l’Aleardi: ciò che non può dirsi, almeno allo stesso grado, dello Zanella, le cui poesie, dopo le due prime edizioni del Barbèra ed una dei Successori Le Monnier, non sono state più ristampate.
Fa singolare riscontro alla rivoluzione compiuta dalla poesia del Carducci il fatto che due corifei del romanticismo, il Prati e il Dall’Ongaro, al quale già accennai, vicini a chiudere la loro carriera poetica si volsero al classicismo. Il Prati quando, al tempo della capitale a Firenze, il ministro Broglio faceva predicare il verbo della lingua popolare e manzoniana, si mise a comporre versi latini, tradusse un libro dell’Eneide, e pubblicò l’Armando, nella seconda parte del quale è il Canto d’Igea; un canto che, a giudizio del Carducci stesso, è «ciò che di più sanamente classico ha prodotto la poesia del tempo nostro in Italia.»[75]
***
Insieme con la rivoluzione della poesia, il Carducci ne fece un’altra; quella degli studi di critica e storia letteraria, nella quale ebbe compagno l’amico suo Alessandro D’Ancona.