Rendea nel grembo a Venere Celeste,
Il libriccino che ti si raccomanda, o lettore, di sole 90 facciate, esce umile e schietto, schivo d’ogni orpello e liscio straniero, dai tipi Ristori in San Miniato. Gli splendono in fronte due nomi fra i più augusti del secolo, cioè quello dell’infelice Giordani, e dell’infelicissimo Leopardi. Ti si schierano poi innanzi 25 sonetti: ma non ti turbare, chè non sentono già il leppo della lucerna, nè la fiacca cascaggine de’ Petrarchisti, ma piuttosto un’aura foscoliana e il reciso verso d’Alfieri. La brevità della forma non lo costringe, non lo impaccia, come avviene ai mediocri, ma franco il pensiero discorre con meravigliosa serenità, limpido e puro, e con quell’unità di concetto che è tutta propria di siffatto genere di poetare. Due larve, anzi due furie, dice il poeta, fanno strazio di lui, l’amore della sua donna e quello ancor più fiero della sua patria; e benchè il disinganno lo vinca a quando a quando, pure sotto sì dura sferza non vengono meno, e l’uno e l’altro combattono a gara. — Nell’intitolarne uno a Pietro Metastasio, ei trova modo di rimbeccare il secolo sì proclive a mescolare il linguaggio dell’Evangelo al novellare dei trivi. L’anima del poeta si sdegna che la scena divenga scuola di vizii, poichè com’ei dice:
Scuola or la scena è d’ogni cosa ria,
Dove scherza il delitto e dove ardito
L’adulterio in gentil vista passeggia.
E a questi esempi il suo nome nodrito
Vuole, e te mastro di virtude obblia
Il secoletto vil che cristianeggia.
E bellissimi e degni d’esser qui ricordati sono quelli al Parini, al Niccolini e al Monti, che si dipartono dalla schiera volgare, come l’autore dai molli esempi e dai tristi. Questo a Terenzio Mamiani trascrivo intero:
Come basti virtù, perchè suprema