L’ale tue d’ôr non mettan fuor la punta.»

Terzina inintelligibile certo a cui della filosofia platonica ignori sino al linguaggio, a cui non sappia che sieno l’eleganze toscane, a cui Dio abbia negato le facoltà del ragionamento. Di fatto, chi conosca pur il linguaggio della filosofia platonica intende che il «primo amante» è Dio, chiamato dall’Alighieri il «primo amore», e si ricorda che il Tasso cantava alla Pietà: Scaldi gli alati amori — di novo e dolce foco e ’l primo Amante, e che il Costanzo presso il poeta filosofo Terenzio Mamiani dicea dell’amore: amore è cetra — Che d’alme corde ed infinite e sante — Leva eterna melode al primo Amante. E chi sappia d’eleganze toscane intende che mentre io tenga del mortale incarco vale: mentre io viva unito al corpo, ricordandosi del dantesco — per l’incarcoDella carne d’Adamo onde si veste — e ricordandosi pure che il del usano spesso i poeti nostri a significare come una parte d’un oggetto: Infondi in me di quel divino ardore (Guittone); E’ non par che tu sentissi mai di bene alcun (Cino); Mentre mia luce del mortale Avrà (Giusto de’ Conti). E chi s’intende di logica, vede subito che essendosi detto nel primo verso Questa angeletta mia senz’ala al fianco, nell’ultimo si viene a desiderare che le ale d’angelo non appariscano alla giovinetta, cioè che ella non passi a vita angelica, cioè che la poveretta non muoia. Intendete ora, mastro Tersite?

— Ben be’: queste le son sofisticherie, le quali non per tanto non impediscono che cotesto ultimo verso L’ale tue d’ôr non mettan fuor la punta, sia ridicolo, poeta Giosue.

— Tersite, questa volta tu se’ reo d’irriverenza a Terenzio Mamiani della Rovere; il quale scrisse: Oimè che la diadema èlle apparita — Oimè che l’ale han messo fuor la punta. — Giù in ginocchio, Tersite, e la corda al collo! come usavano i rei del medio evo quando chiedean perdonanza.

(Dal giornale La Lente, anno II, n. 35, 1º settembre 1857.)

Recensione della Rivista contemporanea
(Vol. XIII, anno VI, Fasc. del maggio 1858.)

Rime di Giosue Carducci. (San Miniato, Tip. Ristori, anno 1857.)

Da quelle care e sacre convalli ove la poesia d’Italia mise il primo vagito, e dove vivono e perenni si tramandano colle tele e coi marmi, e più ancora con la favella le memorie di sì grande infelice, si leva oggi il canto di ventenne poeta. — È preludio di gloria novella, e fra le codardie di un secolo audace e frale, testimonianza di vita, di speranza e d’amore. — Per esso il cielo natio non si coverse di boreali caligini: ma sordo ai clamori d’un volgo insano, tenne fede all’eredità del patrio senno, e senza rossore bevve all’immacolate sorgive della sapienza. — Così si rannodano in bella guisa entro i suoi carmi e le antiche memorie ed i fremiti della presente generazione, chè altrimenti la poesia anzichè ministra di conforti diverrebbe sterile e fatua fiammella che dileguasi senz’altro pel cielo. Quel mite popolo della Toscana serba ancora gl’influssi del genio pelasgico e armonizza in sommo grado la gentilezza jonia alla maestà delle genti doriche; ad esso prescrissero i cieli di custodire il palladio della favella, che in tanta ruina d’umani casi è pur largo compenso. — E ai vati poi sempre animati da un soffio fatidico fu dato destare le genti mal vive, agitando, come l’angelo sospirato dal paralitico, queste acque stagnanti. La malaugurata semenza dei miseri poeti è feconda in Italia; chè a pochi fu concesso discendere nei penetrali dell’anima, e a pochissimi destare i sopiti pensieri per levarli all’altezza di Dio. Corrono insensati la facil china dell’universale costume, e giovani, schivi d’ogni fatica, levano a cielo ciò che non intendono, predicando il concetto al di sopra della forma; e benchè quello a questa sovrasti, la favella ed il numero sono, a dir così, l’istrumento in cui l’idea si travasa; e se quello non è al tutto accomodato a riceverla e modularla, l’istessa idea può scemare di forza e sformarsi. — A Giosue Carducci non bastarono le nude forme, ma crebbero in lui inspiratrici di carmi due muse immortali, l’Amore e la Patria, s’intrecciarono insieme, conquistarono il giovinetto suo cuore, lasciando integra e robusta la fede degli avi suoi. — Nè i molli vagiti o i disperati lamenti approdarono a lui che, levato in più alta sfera, s’ispira ai canti di quel Grande che, provando breve e ristretta la cerchia di questo pianeta, non si disse pago sinchè non ebbe descritto a fondo l’intero universo. — A questo audace ingegno che riflette con Michelangelo la giovinezza della nazione, tien dietro il giovinetto vate, che nutrito alla divina scuola sente il soffio di Dante e la dolcezza di quel mesto poeta

Che Amore nudo in Grecia e nudo in Roma

D’un velo candidissimo adornando,