— Ma l’esempio de’ classici....
— Mancano eglino gli esempi dei classici che abbiano accompagnato un nome di tre e più epiteti? Udite Francesco Petrarca: Vaghe pupille angeliche beatrici — Della mia vita. Misero mondo instabile e protervo — La dispietata mia ventura — Noiosa, inesorabile, superba — Quel vago dolce caro onesto sguardo. — Udite Torquato Tasso: Vaghe, leggiadre, amorosette e pronte serve di lei — O santa, o pura, immacolata fede. — Udite Vittorio Alfieri: O leggiadro soave e in terra solo — Viso — O bei leggiadri angelici costumi. — E Giacomo Leopardi: Nel petto — Nell’imo petto grave salda immota — Come colonna adamantina siede.... — E Niccolò Tommaseo, in prosa, nel proemio al suo Dante del 1854: E avventò rigido, intero, diretto, quasi saetta quel verso variissimo. — E questo è proprio il caso del mio ingegno altero, integro, eretto, non vi pare, maestro Tersite?
— Questo però non potrete negare, che è affettatissimo il dire che beltade addimostra una donna per propria angiolella.
— Eppure a me pareva, e parrà anco ad altri, che la mia sia imagine più modesta che non queste due: Beltade e Cortesia sua dea la chiama (Dante da Maiano) — E la Beltade per sua dea la mostra (G. Cavalcanti): io più umanamente avea detto: per propria angiolella, e angiolella è vocabolo risuscitato dal Mamiani.
— In ogni modo è sempre affettato, come ridicolo è il principio del sonetto: O nova angiola mia senz’ala al fianco.
— Ridicolo? e perchè? Noi leggiamo in Petrarca: Questa fenice della aurata piuma — e: Nuova angeletta sopra l’ale accorta, — come in Giusto de’ Conti: Quest’angeletta mia dall’ali d’oro — e nelle rime di Torquato Tasso: Nuova angeletta dall’eterne piume: — e non ci paiono, e non parranno al maestro Tersite ridicoli principî di componimento! Tanto meno, se s’avesse a fare con uomini di buona fede, dovrebbe parer ridicolo il verso mio; il quale contiene un pensiero naturalmente più vero che non quello del Petrarca, e del De’ Conti e del Tasso. Infatti cotesti poeti parlano di donne che sono fenici con penne o angiolette con ali d’oro, mentre io mi contento di dire presso a poco così: — O tu che di bellezza e costumi sei simile agli angioli, ma angiola non sei.
— Oh, m’avete fradicio con cotesta vostra logica, poeta Giosue! E io che m’immaginava che un poeta e un poeta ragazzo non sapesse po’ poi andar tanto per la sottile! Ma voi foste a scuola i sofisti. Sibbene cotestoro non vi insegnarono a dir le cose per modo che le s’intendano, difatto inintelligibile è la terzina seconda di cotesto vostro Sonetto IV. E asserisco questo senza neppur riferire la terzina, tanto dell’asserir mio son sicuro.
— Ma sapete, mastro Tersite mio, quel che dicea Vincenzio Monti a certi suoi critici, i quali a petto a voi eran tanti Aristotili per asini e tristi che e’ fossero? «Prima di giudicare, diceva Vincenzio Monti, siamo tenuti ad intendere: nè io ho mai saputo che della ignoranza di chi legge debba accusarsi chi scrive.» Ecco la mia terzina, e giudichi il pubblico se voi asseriste vero: io dico alla fanciulla che amando lei mi purificherò,
«Se di tanto mi degna il primo amante
Che, mentre io tenga del mortale incarco,