— Poeta Giosue — Se il fato assente affettuoso alcun voto mortale — che vuol dire?

— Maestro Tersite — Forse avverrà se il ciel benigno ascolta Affettuoso alcun prego mortale (Tasso, Gerus.) — che vuol dire? — I Pisani non l’assentiro (la domanda degli ambasciatori fiorentini, Giov. Villani) — che vuol dire? Vedete! alla scuola d’umanità il Tasso, e specialmente il suo canto dell’Erminia, s’imparava a memoria: che non tornate per lo vostro meglio a umanità?

— Sfacciato e linguacciuto ragazzo! Ma IL disio che per donna m’incende ci pare sgarbata maniera per significare l’amore.

— Davvero? Come delicato il maestro Tersite! Ma cupido e cupiditas chiamò Ovidio la passione d’amore, e IGNIS Virgilio, e ardor Seneca: e in proposito di amori i verbi calere ardere urere s’incontrano a ogni piè mosso ne’ poeti latini. E a Giuseppe Franck, medico filosofo, pareva che l’intenso desiderio d’ottenere un individuo d’altro sesso costituisse l’amore nel grado suo di passione (Patol. med., Malat. del sist. nerv., cap. XXI). Vero è che voi m’arieggiate il platonico, e questa carnalità latina e medicale non vi farà. In questo caso, vi parleranno in lor volgare quei cavallereschi poeti del nostro medio evo: — Amore è un disio che vien dal core Per l’abbondanza del gran piacimento (il notaro da Lentino).... Desidèro di voler, nato per piacer del core — e — Piacer di forma dato per natura (Inc. aut. del sec. XIII). — e il metafisico Dante — Beltade appare in saggia donna pui Che piace agli occhi, sicchè dentro ’l core Nasce un disio della cosa piacente. — Ma, e dove lascio il moralista Castiglione, il quale diceva che, secondo che dagli antichi savi è diffinito, Amor non è altro che un certo DESIDERIO DI FRUIR LA BELLEZZA (Corteg., lib. IV, § 51). Che parvene egli, mastro Tersite? se volete altro, sappiatecel dire; e anco diteci dove stia proprio il mal garbo della nostra perifrasi.

— Bene, bene. Ma non sappiamo cosa voglia dire che l’altra (larva) traggemi in parte ov’io spiro a’ fantasmi — e pur gravami il vero.

— Non sapete? guardate mo’! E che è che non sapete? forse che in parte o in quella parte vale in luogo o in quel luogo? Ma anco i ragazzi vi recitano a mente — Levommi il mio pensiero in PARTE ov’era — Colei.... e il Tasso nelle rime scriveva — portar le mie preghiere in PARTE dove — Vi sia chi le raccoglia. — Ovvero non sapete che l’IN PARTE usasi ancora metaforicamente a significare certe contrade metafisiche del pensiero? E il Petrarca cantava — In quella parte dove amor mi sprona — Conven ch’io volga le dogliose rime: — e il beato Giovanni delle Celle scriveva — Io sono in PARTE che altro non posso se non pregare Iddio. — O è lo spiro che vi dà noia? Ma il Foscolo cantò — Anch’io Pingo e SPIRO a’ fantasmi. Nè intendete ancora? Di grazia: andate e leggete qualche cosa delle operette morali del Leopardi, con alcuna pagina pur del Foscolo; e il concetto allora vi apparirà lucidissimo.

— Diavolo! o che a me col mio titolo di chiarissimo e con quel tòcco di nomea che mi rimpasto non mi abbia a riuscir d’impappinare questo ragazzo? proviamolo in un altro tasto. — Poeta Giosue, L’ALTERA GIOVINETTA BELLA è un verso fatto di zeppe, l’alte serene vie de’ firmamenti sono zeppe, e l’ingegno altero integro eretto che roba è? e non sono zeppe?

— Affè di tutti i pagani che hanno fatto tanto scandalo, la teorica delle zeppe è la parte culminante della vostra critica, caro il mio chiarissimo. Or udite verso fatto di zeppe da Dino Frescobaldi: — questa pietosa giovinetta bella: — udite zeppe che metteva Francesco Petrarca — la mia fiorita e verde etade — Dolce cantare oneste donne e belle — Oimè il leggiadro portamento altero: udite zeppe di Torquato Tasso nelle rime: — fece le fiamme placide e tranquille — Quando sprezzata grande e chiara fama — Come al partir d’oscura notte ombrosa — Che non t’ascondi omai sola e romita. — Udite zeppe, ch’il crederebbe, pur di Vittorio Alfieri e pur nelle rime: — Sole d’un mesto velo tenebroso — io ti vedo coprir — E quel suo di lei sola umile altero — atto. E i versi fin qui citati sono, e non c’è che dire, sono anco nella disposizione delle parole fratelli maggiori del verso mio Questa è l’altiera giovinetta bella.

— Va tutto bene, ma io dico l’ingegno altero integro eretto.

— Ma io dico a voi, se nel Petrarca leggiamo i passi tardi e lenti con il vecchierel canuto e bianco; e lieti e contenti nel Tasso, e nella prosa del Casa le chiome canute e bianche «de’ quali modi (scrive l’illustre Fornaciari) chi mostra maravigliarsi, mostra non esser punto domestico dei classici, i quali e per seguire il comun parlare, e per esprimere più efficacemente una cosa pongono talvolta due voci di simile significazione piuttosto che una», come potete voi chiamare zeppa l’aggruppar mio di due o tre epiteti a diversamente e più efficacemente qualificare un soggetto?