Pag. 52 e seg. — Quella lent’ombra nordica (specie di ombrantroff) che preme i laureti d’Arno, è da Beco sudicio; e il lituo retico che freme dove nascea Marone è da matto; prima perchè lituo presso di noi non è altro che bacchetta degli auguri o da pastori; e poi perchè se s’ha da intendere per strumento da fiato (il che non concediamo, benchè lo facesse Orazio in latino), non si può dire che freme; essendo strumento di suono dolce, lo suoni chi vuole.

Pag. 63 e seg. — Ci sarebbe da notare le ultime strida che premon la vita non si sa di chi, in quella sestina contraffatta su le antiche, tutta smancerie e lascivie amorose, ma pur dedicata a un frate. Le umide pupille oblique immote (a pag. 66) che dolci fiammeggiano (se sono umide come fiammeggiano?, e poi se sono immote e oblique vuol dir che chi le aveva era guercia); le quieti torbide interrotte da sogni atri; la schiva dea (Diana) che scinge a Endimione notturna Venere!!! (a pag. 67). Il petto immansueto che durò gl’imperii d’amore e la religion di Delo che più non mugge dagli aditi (a pag. 68).

Pag. 73 e seg. — Nella lauda spirituale si comincia a dire alla umana gente che tolga via le porte, ma essa per toglierle via aspetterà di sapere di che porte si tratta. Si dice alle fanciulle che diano la ROSA, a piena mano (La rosa? ohe!) e che diano il mirto in suo cammino, con la bianchezza del fior gelsomino. Si dice che dal volto del Redentore fugge la morte, e poco dopo si dice che l’ombra di morte stiè nera intorno a lui, e che il padre suo non volse la fronte al suo chiamare; e un’altra volta si dice che diasi palma e alloro a piena mano sovra il sentier del nostro pellicano: ed un’altra volta ancora si dice alle fanciulle che diano con umil fede il fior delle contrade. C’è poi una reggia che si estolle d’artificio mira; la morte che vive e altre gentilezze simili.

Pag. 77 e seg. — Potremmo farvi vedere una genía bugiarda che irrompe nel vietato falsa e codarda per mostrarvi con che garbo il poeta Giosue trasporti in italiano i modi di Orazio; la dormita inerzia che dalle cune prime opprime noi volenti, genti mal vive. Potremmo domandare a voi che cosa mai facevano gli antichi quando immoti prostravano a morte libera devoti Marte straniero. Potremmo chiamarvi ad ammirare i campi che suonano sotto il gran cavallo; il prepotente canto, il docil guizzo de’ seguaci moti, ed altre tante belle cose, ma siamo stanchi, e se mai le serberemo ad altra volta.

Non possiamo tacere peraltro di que’ saggi di un canto alle Muse. Qui il poeta Giosue si è dato a scimmiottare a rotta di collo il fare de’ Greci e del Leopardi, ma il fa così sguaiatamente che c’è tornato in mente, leggendo questo lavoro, Stenterello quando si trova diventato Re, e vuol provarsi a procedere alla reale, e lo fa con quel garbo che tutti sanno. Senza che vi si ammirano le solite gioie, come il propagar la vita con vitto ferino: le vite che gemono chine sull’opera del pane crescente!!! la procella che scoscende divina; i monti esercitati dal piè degli immortali; le ombre de’ numi; il vulgo addensato su gli omeri (gobbo?), le vesti ondeanti ec. ec....

Si conchiude che questa raccolta di Rime vale poco più delle tante e tante uscite fuori a questi giorni, se non che è maggiore la presunzione dell’autore, il quale per questo mi par che possa paragonarsi a un passerotto di nido che si pretende d’essere un’aquila. Questo basti per ora a mostrare di che forza sia un poeta che si è avuto l’impudenza di porre per terzo con Niccolini e Mamiani e di chiamarlo unico: se occorrerà mostreremo altrettante e più magagne, e analizzeremo qualche suo componimento.

(Dalla Lanterna di Diogene, anno II,
nn. 13 e 14; 8 e 14 agosto 1857.)

Risposta del Carducci alla Lanterna di Diogene,
in forma di lettera al signor E. M.

Onorevol signor E. M.,

E tenendovi la parola[86] vengo alla parte buffa del mio intrattenimento; nella quale, per mostrarmi da vero buon amico pedante, anzi l’Achille degli amici pedanti, io vi darò lo spettacolo di questo Tersite de’ critici che salta e guaisce sotto i colpi della clava erculea di noi pedanti, la logica e l’autorità: «Sallo Iddio che sa tutte le cose, dirò col Lasca (lett. al gobbo da Pisa), quanto mal volentieri entri seco nell’arringo critico a contrastare; non già ch’io creda di poter perdere, ma perch’io spero non acquistare, vincendolo, onore e pregio alcuno.» Ma sì fiera cosa è la presunzione di cotestui, e con tant’aria e’ si allaccia la giornea e con tal muffa va per la maggiore e sputa tondo e sentenzia, che a sanarlo di questa sua malattia di credersi tale da poter dare i cavalli altrui e chiarirlo della ignoranza sua smisurata e favolosa e’ parmi di fare opera di misericordia. Or dunque accorrete, o signori e signore, allo spettacolo, dove udirete Tersite che la trincia da critico, ed abburatta cotali spropositi che mai sentiste i più nuovi. Ma.... date operam et cum silentio animadvortite ut pernoscatis.... Ecco Tersite in iscena. E monta in cattedra, e badatosi a destra e a sinistra, si spurga, si soffia, e con voce di pedagogo mi vien domandando: