Ammorza, e stagna torbida la mente:
Speme si vela, e disdegnosamente
Guarda gli avelli.
Vinci l’errore; e a’ veri lumi tuoi
Mira, o dispersa italica famiglia:
Levati, e nuova il buon cammin ripiglia
De’ vecchi eroi.
Così il poeta ripiglia veramente il cammino de’ buoni, e uscendo solingo dalla turba, mira a quell’uniche stelle della Virtù e della Fede, le sole che fanno capaci i popoli di rifarsi come la fenice, perchè, come disse un arguto scrittore, quando la servitù entra per la porta di settentrione in una città, è segno evidente che la virtù è già uscita per la porta di mezzogiorno. Ed è quindi gran lode per lui che, mentre tutto declina a pravo costume, sappia durare co’ pochi nell’operosa virtù e nella carità della patria saldo fra gli ozi codardi e la pressura dei forti e lo scherno dei vili, vincendo ogni prova nella fede d’un tempo migliore.
Il Momo, riproducendo questo articolo nel suo n. 26 (anno I, 1º luglio 1858), vi premetteva un cappello, nel quale, fra le altre cose era detto:
È notabile che come ora è stato primo a parlare con lode delle Rime del Carducci un giornale torinese, fu pure un giornale torinese (la Rivista enciclopedica italiana) che primo, e solo, lodò il Carducci degli Studi di filologia e lingua latina da lui stampati nell’Appendice alle Letture di famiglia. I quali Studi perchè qua in Toscana passarono, come al solito ogni buona cosa, inosservati; ci piace ripetere qui le parole di quel giornale, molto onorevoli al Carducci, che sono nella dispensa dell’ottobre 1855: