Articolo del Carducci sul Trionfo della Croce.

Riportiamo finalmente dal n. 23 del Momo (anno I, 10 giugno 1858) l’articolo del Carducci sul Trionfo della Croce del Del Lungo, che diede occasione all’ultima polemica del Carducci stesso col Passatempo.

Il «Trionfo della Croce» dì Isidoro Del Lungo.

È una canzone di metro toscano; fatta da un giovinetto di diciassette anni. Delle idee svolte liricamente questo è il nesso. — St. I e II. Dopo la redenzione, a Dio che preparava una civiltà nuova agli uomini rigenerati dalla nuova fede, piacque di porre il principio e la sede di questa fede e civiltà nella terra d’Italia; non sì però (st. III) che la religione di Cristo non diffondesse la sua luce pur sul resto del mondo e non si facesse ispiratrice di pensieri forti e atti magnanimi a tutte le genti. Da questo cominciamento convenientissimo a poeta italiano e ben legato col resto dalla opportuna transizione della st. III, passa il giovinetto scrittore a mostrare (nelle st. IV e V) la diversità filosofica delle due credenze, etnica e cristiana; accennando il prevalere di quest’ultima per la speranza che divinamente infonde nelle anime combattute dalla trista verità della vita (st. V) e per la forte volontà che mette nei suoi credenti (st. VI, primi 7 versi). — Ma la religione di Cristo è anche oppugnatrice della prepotenza e confortatrice a forti fatti: in prova di che si ricordano le crociate (st. VI, ultimi 4 versi, e st. VII). — Quindi, come ispirati dal pensiero medesimo, che armò le crociate alla diffusione della fede, si rammentano l’italiano cantore di esse (st. VIII), l’italiano navigatore che primo piantò la croce su le terre scoperte dall’ardir suo (st. IX): e si chiude la canzone colla diffusione trionfale della religione cristiana nel nuovo mondo (st. X). E il Tasso e il Colombo, confortato e rianimato il primo nei dolori ineffabili dai sentimenti religiosi, armato il secondo di meravigliosa fortezza cristiana contro le avversità, a me paiono convenientemente introdotti, ad esempio del doppio effetto che il poeta nella st. VI e VII ha detto esercitare la religione cristiana su le anime credenti.

Tutto ciò è versificato in X stanze di bella poesia, dove i concetti e le imagini sono non diffusi (come si suole da giovani e in questi tempi) ma acconciamente raccolti e quasi condensati con arte severa che mostra nel giovinetto assai potenza di stile: e il verso è armoniosamente variato negli accenti e nelle pose, e con regolarità non servile intrecciato e interrotto: e lo stile è temperato ne’ classici latini con accorta mistura di alcuna soavità toscana, come specialmente insegnarono fare Foscolo e Leopardi. Non sì però che alcun che d’eterogeneo non ci si senta talvolta, e che tu non urti in qualche forma antilogica: il che è da perdonare all’età acerbissima. Accenno quel che a me pare difetto. St. I.... redenta dal peccato antico Tornò libera e sciolta Agli amplessi di Dio l’umana polve: l’umana polve no, pare a me; l’anima umana: nè della polve potrai dire che sia redenta cioè ricomperata dal peccato, e nè meno che ella divenga libera e sciolta; che anzi ella importa sempre servitù e cattività alle anime degli uomini. — St. II.... Esulta De’ tuoi martiri il frale entro la tomba. Frale si dirà del corpo finchè retto dalla vita può esser franto; quando è nella tomba è già franto; dunque non può esser più frale, sibbene spoglia. Nè frale (da frango) sta bene con esulta (da ex-sultare): anche le parole prese di per sè hanno una cotal logica; che gli scrittori primitivi (per così dire) intuiscono, i secondarii devono studiare nelle etimologie, nelle analogie, nelle derivazioni e nelle mutazioni stesse del significato elementare. — St. II. E all’orgoglio mortal di nuovo insulta L’aquila del Tarpeo fatta colomba. Le metamorfosi lasciamole a Ovidio: a me questa imagine non va, perchè non sorge dal vero. Di più, tanto è che si parla d’aquile romane o di colombe cristiane che ormai le son frasi d’Arcadia anche queste. — Nella st. IV si dice: Per te del mortal velo il greve incarco Con pronta ala s’inalzi Spregiando il fango vile a miglior parte. Pare a me che dare ali e volo a un greve incarco, non sia bello: più questo greve incarco del mortal velo, che è il corpo, deve, spregiando il fango vile, cioè la materia e ciò che a la materia aderisce, inalzarsi a parte migliore. Ora cotesto inalzarsi pur con il corpo non avvenne mai, ch’io creda, se non a que’ buoni servi di Dio che poterono godere le estasi beate: nè il giovinetto autore certo vorrà che tutti i cristiani debbano riuscire cotanto estatici. — Nella st. VII havvi certa ira di Numi un po’ troppo pagana, dove si parla di crociate: come pure nella IX, dopo aver domandato se la prova del mortale viaggio è più dura a’ generosi per decreto celeste, segue a dire il poeta: o con superba Voglia saetta il fato Più altamente le più alte teste: il qual fato qui è proprio il fato pagano di Omero e di Eschilo, e contrasta troppo manifestamente col decreto celeste che è tutto cristiano. — Nella st. VIII dicesi: Poi ch’a’ flutti del tuo mare si sposi L’armonia di Torquato. Che vuol dire un’armonia la quale promette sè (sposare da spondeo sponsum) ai flutti? La maniera latina, maritare l’armonia ai versi, ai numeri, alle corde, sebbene arditissima la intendo (armonia vale congiungimento e connessione di più in uno): lo sposarsi dell’armonia ai flutti, no: ed è, o a me pare, maniera non vera, che mal si accorda con altri modi belli e potenti di questa poesia; senza però ch’io creda col Passatempo «pazzamente romantiche» le altre imagini a cui questa frase si collega. Al qual Passatempo non saprei compatire la maraviglia, che significata da tre punti ammirativi egli mostra a questi versi.... Oh non al pio Cantor doveano OSTELLO Esser le sale dei potenti e gli auri...; se non ripensando a quella sentenza del Metastasio: la meraviglia dell’ignoranza è figlia. S’io avessi a trattar con persone che niente niente sapessero di grammatica, potrei dir loro che la locuzione le sale de’ potenti e gli auri viene a dir le aurate sale de’ potenti: e ciò per una certa figura che si chiama endiadis, per la quale Virgilio disse Pateris libamus et auro e Lucano con modo similissimo a quello del signor Del Lungo Non auro tectisve modus. Ma perchè di grammatica non sa niente certo chi scrive cæteribusque, e chi scrive cæteribusque è il Passatempo, comecchè e’ faccia il rigattiere di critica e se l’allacci e vada per la maggiore tra’ giornali di Firenze, io voglio ch’egli mi perdoni questa digressioncella sull’endiadis che lui non tocca. Tornando al signor Del Lungo, direi che nella canzone di lui sarebbero da notare lo scadere degli ultimi quattro versi in certe stanze, e la soverchia predilezione ch’egli mostra d’avere per gli infiniti aggruppati al modo latino; se non fosse ormai il tempo di riportare certi luoghi della canzone che a noi paiono di bellezza franca e sicura, perchè i leggitori ne giudichino di per sè.

Parla della Fede stabilita in Italia come in sua propria sede:

E te, candida dea, giova il sorriso

De l’italico sole,

E dal tirreno mar sorger la luna

E cader d’Appennino