Oh del culto verace

Lume novello! ecco da l’erma sede

Inusitate preci, e sorger are

E stringer patti ed annunziar la pace.

Queste cose erano state pensate e in parte scritte prima che il Passatempo tanto rabbiosamente latrasse contro lo scrittor giovinetto. Il quale latrato però non mi spaventa così ch’io non voglia dire il parer mio al signor Del Lungo: Giovini che a diciassette anni ritrovino e dispongano così bellamente la materia poetica, e le imagini contemperino ai sentimenti, e alle une e agli altri lo stile, e questo con tanta accorta parsimonia condensino, pare a me che per lo più sieno rari: massime oggi. Ho veduto altra vostra canzone; nella quale più sparpagliate le imagini, più rumoroso il sentimento, più misto e incerto lo stile: da quella a questa è un progresso. Non sì però che nella fusione meccanica del vostro stile non si scorgano come a righe ed a strati i metalli diversi (nè tutti buoni) dei quali lo componete. Or su: via alcuno di cotesti metalli: del resto fate sì che la fusione vi riesca compatta ed unita: chè, volendo, potrete. Come io credo non vi facessero esaltar su voi stesso gli encomi dell’Arte, così spero che il maledire del Passatempo a voi giovinetto non vi farà nel giudizio vostro rimpicciolir di soverchio. E come io m’indovino che voi pur imberbe potreste insegnare a molti in materia di stile (a me primo); così vi prego quello che ho creduto dire sul fatto vostro a non tenerlo in conto di ammaestramento. No, no, di grazia, che io non voglio fare il maestro a persona. Sì piuttosto accettatelo, se vi piace, come parere di tale che non vi conosce pur di vista, e che veduta la vostra canzone volle dirvi quello che in essa gli aggrada e quello che no: e forse vede male. Al Passatempo parecchie cose direi, se non me ne distornasse il ripensare la dura cervice di cotesto quid simile d’animale anfibio. Mi starò contento a dimandargli questo: Parrebbevi giusto, signor Passatempo, che un villanzone tarchiato, il quale altro non sa che sarchiare le orticacce e le malve, pigliasse a pugni e pedate un ragazzino perla sola ragione che quel ragazzino coltiva perbenino un suo giardinetto? certo direte che no. Anche: con che faccia osate voi sotto la sicurtà dell’anonimo svillaneggiare N. F. Pelosini, il quale vilmente provocato risponde a un anonimo insultatore, ed è pur tanto gentile che non istrappa la maschera dal viso a costui; quando voi nè pur nominato in bene nè in male buttate una manata d’impertinenze a un D. A. B.; il quale, poniamo che nelle lodi eccedesse, poniamo che certi pensieri caricasse un po’ troppo, pur non disse tutto affatto affatto malissimo? O chi siete voi che ad una persona, la quale prende sopra di sè la responsabilità di quello che dice e si firma, togliete il diritto della difesa; e per voi fate un diritto dell’aggressione anonima?


Rettifica ad una Nota alle Poesie del Carducci. ([Pag. 96.])

In una nota al volume delle Poesie (Bologna, Zanichelli, 1902), pag. 259, il Carducci dice che il sonetto Sur un canonico che lesse un discorso di pedagogia, fu stampato la prima volta nel giornale Il Momo di Firenze con innanzi una letterina, ch’egli riporta nella nota stessa. La memoria ingannò il poeta. Letterina e sonetto dovevano essere veramente pubblicati nel Momo, ma (non ricordo per quale ragione) non furono: furono invece stampati soltanto il 18 agosto 1872 nel giornale Il Mare di Livorno (n. 13). Il discorso di pedagogia che diede occasione al sonetto, fu letto dal canonico Enrico Bindi in una radunanza dell’Ateneo tenuta al Palazzo Riccardi a Firenze.


Notizia intorno agli scritti del Padre Francesco Donati. ([Pag. 112.])