Con la lettera, che mi portava il sonetto, il Carducci mi mandava anche il principio dell’ode Agli italiani, da lui scritta nel 1853 ed ora rimpastata, e mi parlava de’ suoi studi: «A proposito: molto ho studiato: ho letto quattro volte attentissimamente capitolo per capitolo tre libri del Guicciardini e uno del Machiavelli: tre volte parimente ho letto la Congiura dei Baroni, e preso da tutti estratti di fatti e di parole: ho studiato la filippica seconda, e il primo delle georgiche, e tutto Fedro: e ho riletto Orazio: ho messo insieme e da appunti miei e dalla memoria 256 osservazioni di lingua e di stile (latine e italiane). Il mio fardello filologico si accresce. Quanto studio in campagna, e quanto poco in città! seguitare a studiare come ho studiato in questi giorni (bada, sempre, sempre, sempre) e poi diverrei erudito.»
Seguiva la trascrizione dell’ode e poi il giudizio: «Non c’è male: la mistura dello stile è latina, ma francamente maneggiata: ed è delle mie poesie quella in cui meno si scorga l’imitazione. Preparami il tuo giudizio: a Firenze la sentirai finita.» La lettera si chiudeva con queste parole: «Son contento e lieto: bellissime giornate, che a me risplendono solamente dalle finestre: ho libri e fogli d’intorno.»
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Il Carducci moriva di voglia di vedere stampata la Giunta; e sperava ch’io glie la portassi, andando a fargli la visita promessa; ma lo stampatore tardava, ed io andai senza il libro.
Arrivai verso sera, e trovai, venuto ad incontrarmi a piè della salita che conduce al paese, il padre di Giosue. Giosue, non ancora interamente libero delle febbri, che gli s’erano messe addosso poco dopo il suo ritorno in famiglia, era, per consiglio del padre, rimasto a casa. Io feci allora per la prima volta la conoscenza del dottor Michele e della sua famigliuola. Per quanto grande fosse la nostra intimità, Giosue non me ne aveva mai parlato: il poco ch’io ne sapeva, lo aveva appreso dal Nencioni e dal Gargani. Fatti molto alla buona i convenevoli d’uso, il Dottore ed io ci avviammo per la salita: egli parlava, ed io lo stava a sentire. Nel breve tempo che impiegammo per arrivare a casa, egli mi aveva raccontata in brevi e crude parole la storia delle tre o quattro principali famiglie del paese. Per quel che ora posso ricordarmi, non mi fece grandi elogi di nessuna. Mentre passavamo di sotto alle case ove quelle famiglie abitavano, egli, con mia grande meraviglia, parlava ad alta voce, per modo che la gente ch’era lì sulla via poteva benissimo sentire. Avendogli io fatto qualche osservazione di ciò, mi rispose: Oh, non fa niente, lo sanno tutti ciò ch’io penso di loro!
In quel ridente paesello, che Giosue salutava indi a poco coll’affettuoso sonetto «O cara al pensier mio terra gentile,» che ora è il XXI dei Juvenilia, avea trovato, dopo tanto errare, modesta e quieta dimora la famiglia Carducci; quieta quanto consentivano il carattere forte e un po’ autoritario del padre, e i caratteri forti e indipendenti dei due figli maggiori, specialmente di Giosue. La famiglia era amata e stimata in paese, specie dalla gente del popolo; perchè il Dottore, nonostante i suoi modi un po’ bruschi, esercitava l’ufficio suo con amore e conoscenza e la signora Ildegonda, la moglie, era donna di una bontà rara, che si faceva conoscere e apprezzare al primo avvicinarla. Tutti sapevano che nei pericoli, in mezzo ai quali il Dottore si era più volte trovato durante i rivolgimenti degli anni 1848 e 1849, essa avea dato prova di coraggio e di forza d’animo singolari; tutti sapevano ch’essa era stata ed era l’angelo tutelare della casa. Se l’ordine e la pace regnavano in essa, era in gran parte merito di lei.
Qualche volta a tavola le conversazioni degeneravano in dispute, e le dispute in questioni, specie se si parlava di cose letterarie, dove il Dottore aveva le sue idee fatte, che non erano, sappiamo, quelle di Giosue, e Giosue una competenza molto più grande, che gl’impediva, dato il suo carattere, di tollerare ciò che parevagli errore; ma a tempo e luogo interveniva la madre, per la quale Giosue ebbe sempre una grande venerazione, e una parola di lei impediva che la quistione degenerasse in vera e propria zuffa.
Il giorno dopo il mio arrivo, il Dottore mi menò a fare una passeggiata per la campagna, facendomi da Cicerone. Parlammo di molte cose, e naturalmente anche di Giosue, ch’era rimasto a casa, della sua malattia, del suo ingegno, de’ suoi studi, della sua prossima nomina a maestro nel Ginnasio di San Miniato al Tedesco. Si capiva che il padre conosceva il valore del figliuolo, che gli voleva bene, e in cuor suo n’era anche orgoglioso; ma non lo dava affatto a divedere; parlava di lui come d’uno che quasi non gli appartenesse, e manifestò anche l’opinione che avrebbe avuto corta vita. Se era un presentimento, fortunatamente fu falso. Parlammo anche degli altri figliuoli, specialmente del secondo, di Dante, il quale trovavasi un po’ a disagio in quel piccolo luogo, dove non era facile che si facesse, come vivamente desiderava, una posizione.
Due giorni dopo, Giosue era affatto libero della febbre. Nel breve tempo ch’io mi trattenni ancora a Santa Maria a Monte, passammo le intere giornate passeggiando, conversando, leggendo. Leggevamo fino alla sera tardi prima d’andare a letto. Una delle nostre letture serali, o piuttosto notturne, furono i poemi didascalici del Rucellai e dello Spolverini. Quelle letture fatte in compagnia del Carducci erano per me di una utilità e di un piacere indicibili. Fin d’allora egli aveva una conoscenza della nostra letteratura poetica veramente meravigliosa.
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