Ai primi di novembre tornammo a Firenze per dare l’ultima mano e l’ultima spinta alla pubblicazione della Giunta alla derrata; ma ci trovammo dinanzi un ostacolo impensato, che durammo molta fatica a vincere: le sùbite paure del Targioni, che nientemeno voleva sopprimere il libro, per risparmiare, diceva, a sè ed a noi un processo e la prigione. Finalmente, come Dio volle, il libro uscì; ma il Carducci non potè assistere alla pubblicazione e al chiasso che doveva suscitare, perchè, venutagli appunto allora la nomina di maestro a San Miniato, dovè subito recarvisi a cominciare la scuola. Gli mandammo là il libro, ed egli rispondendomi dolevasi che non gli avessi detto niente dell’accoglienza fattagli dai giornali. «E che tacciono questi canterini dalle golette fangose? Che il libro fu forse l’offa tremenda? Oh, oh, oh, direbbe Macbeth. Scrivimi subito, per Iddio Apollo. Non imitar me tristo annoiato infelice.» Mandava tre paoli per il libro, scusandosi di non potere di più perchè diceva: «Ho solamente 77 lire il mese.» Era questo il suo stipendio di insegnante, che ridotto dalle lire codine alle italiane, fa 64,68; cioè poco più di due lire al giorno, la paga di un onesto facchino. In quei primi giorni si trovò male a San Miniato: «Non ho voglia, mi scriveva, di parlarti della mia vita, ch’è trista e goffa assai.» Ma non era il misero stipendio che lo angustiava: era la novità del luogo, l’aver lasciato Firenze, le biblioteche, i banchetti dei librai, gli amici. Tanto è vero che qualche giorno dopo mostravasi più sereno, e scusandosi del non aver risposto ad una lettera del Targioni, mi scriveva: «Gli dirai che mi perdoni: ma in quel tempo che mi scrisse era impossibile mi distornassi dalla mia scuola. Insegno greco: evviva: faccio spiegare Lucrezio ai miei ragazzi: evviva me.»

Io non gli avevo scritto niente dell’accoglienza fatta al nostro libro dai giornali, perchè questi non ne avevano ancora parlato. Ma non tardarono molto; e le accoglienze, come era da aspettarsi, furono tutt’altro che oneste e liete; ci fu però una notevole differenza fra queste e quelle fatte alla Diceria.

Le intemperanze nostre avevano spaventato siffattamente i buoni fiorentini, che i librai ebbero sulle prime paura del nostro libro, e, quasi fosse appestato, non volevano prenderlo a vendere.

Ma quando, superate le prime avversioni, il libro fu conosciuto, molti di quelli stessi che avevano vituperato la Diceria, e seguitavano a non mandarla giù, resero giustizia, pur non approvando tutte le nostre opinioni e la fierezza delle nostre polemiche, alla serietà dei nostri studi e intendimenti: e l’ingegno del Carducci cominciò fin d’allora, nella cerchia ristretta di una parte dei toscani così detti culti, ad essere riconosciuto e rispettato.

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Per quanto l’autore nominale e occasionale della società degli amici pedanti fosse il Gargani, il vero capo e ispiratore di essa era, si capisce, il Carducci; la cui vita letteraria cominciò, si può dire, fin d’allora, con quelli istinti di avversione ed opposizione ad ogni volgarità e viltà e ciarlataneria, che hanno ispirato e diretto poi sempre l’opera sua di scrittore. Tanto che, arrivato presso alla fine, egli ha potuto affermare con piena sincerità, che i principii da lui seguiti scrivendo, furono sempre gli stessi. «In politica, l’Italia su tutto: in estetica, la poesia classica su tutto: in pratica la schiettezza e la forza su tutto.»[17] Che è quanto dire l’italianità su tutto. Questo era il programma degli amici pedanti: il Carducci che lo avea formulato lui nella Giunta alla derrata, non fece che esplicarlo ed applicarlo in tutte le sue opere come poeta, come prosatore, come insegnante.

Non mette conto parlare di qualche giornalettucciaccio teatrale, scritto da gente peggio che illetterata, il quale seguitò a blaterare contro il Gargani e gli amici pedanti. Chi se ne ricorda più? Ma un di quelli che andava per la maggiore, il Passatempo, seguitò anche lui e peggio degli altri.

C’era la sua ragione. Il Passatempo era un giornaletto settimanale umoristico, con caricature, fabbricato quasi clandestinamente in Palazzo Vecchio, fra i Ministeri dell’istruzione e dell’interno, da Pietro Fanfani ed alcuni accoliti suoi; i quali prima che uscisse la Diceria avean fatto l’occhio dolce ad alcuni di noi, e qualche grazioso invito a collaborare; perchè il Passatempo avea nel suo programma il corretto scrivere italiano, anzi toscano, anzi fiorentino. Ma uscita la Diceria, e mentre si preparava la Giunta, il Fanfani e i suoi compagni capirono dall’atteggiamento nostro che noi eravamo dei rompicolli, il cui contatto poteva essere pericoloso per impiegati fedeli del Governo granducale, e che eravamo tomi da rivedere le buccie, anche nel fatto della lingua, a vocabolaristi e linguisti famosi come il Fanfani. Perciò si schierarono bravamente contro di noi. Il Passatempo pubblicò subito nel suo n. 46 (29 novembre 1856) un feroce articolo contro la Giunta alla derrata, che chiamava un miserabile affastellamento di arroganti contumelie e di bizze impotenti, dichiarando che si teneva onorato delle villanie degli amici pedanti, e che non voleva dar loro il gusto di nessuna risposta; ma viceversa rispondendo con l’articolo stesso. Del che accortosi, terminava così: «Ma adagio adagio darei a queste parole aria di risposta, e così la darei vinta a’ pedanti, dal che Dio mi guardi. La risposta se la daranno da sè medesimi se mai avviene che mettan giudizio, la qual cosa per altro è assai dubbia.»[Vedi le note a pag. [443]] Pur troppo i pedanti non misero giudizio: seguitarono ancora a scrivere e combattere con le medesime idee per le medesime idee; e il Passatempo, che non voleva più occuparsi di loro, seguitò a gratificarli de’ suoi vituperii, pigliando di mira in particolar modo il Carducci, specie dopo ch’egli nel luglio dell’anno appresso ebbe pubblicato il volumetto delle sue Rime.

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Della sua vita a San Miniato il Carducci ha dato da sè uno specimen tale, che non permette ad un suo biografo, chiunque ei sia, di dirne altro. Chi non ha letto in Confessioni e battaglie le Risorse di San Miniato al Tedesco? Se qualcuno non le ricordasse, vada e le rilegga. Io qui mi limiterò a rammentare da quello scritto qualche fatto più notevole, usando, quanto mi sarà possibile, le parole stesse dell’autore.