Insieme col Carducci andarono al Ginnasio di San Miniato gli altri due normalisti raccomandati dal professore Pecchioli al proposto Conti, Pietro Luperini e Ferdinando Cristiani. Pietro, il più anziano dei tre e il più positivo, dice il Carducci, insegnava umanità (terza ginnasiale); Ferdinando grammatica (seconda e terza); il Carducci retorica (quarta e quinta); cioè faceva «tradurre e spiegare a due ragazzi più Virgilio e Orazio, più Tacito e Dante che potessero; e buttava fuor di finestra gl’Inni sacri del Manzoni.»[18]
Appena arrivati, i tre maestri «si accontarono con una brigata di giovinotti, piccoli possidenti e dottori novelli, che passavano tutte le sante giornate a mangiare e bere, a giocare, amare, dir male del prossimo e del governo.»[19] Questi giovinotti andavano spesso a trovare i maestri, che abitavano, tutti insieme e tutta loro, una casetta nuova subito fuori Porta fiorentina, appigionata ad essi da un oste, detto Afrodisio, il quale provvedeva ai maestri anche il mangiare. La casa dei maestri, come il vicinato la chiamava, cominciò presto ad aver «mala voce all’intorno per i molti strepiti che vi si udivano di notte e di giorno, ogni qualvolta l’allegra compagnia la invadesse.»[20]
«Qualche volta, scrive il Carducci, andavamo anche alla méssa, in domo; e una di quelle mésse m’è ancora in memoria per la lieta illustrazione di certi quadri o affreschi, che il capo più ameno della brigata recitava, menandomi in giro per le navate, in istil bergamasco, contraffacendo il parlare d’una venditrice di castagne compatriotta del poeta Bernardino Zendrini, e con un sistema critico di perpetua comparazione tra la figura di san Giuseppe e quella del sotto-prefetto, che, tutto in nero, ascoltava il divino ufficio nella prima panca.
»Hinc mihi prima mali labes. Da cotesta bergamascata e dalle mie smargiasserie di antimanzonianismo mi si levarono intorno i fumacchi, e ben presto mi avvolsero e tinsero tutto, d’una leggenda d’empietà e di feroce misocristismo. Assai prima che l’imperatrice Eugenia avesse a inorridire su i grassi venerdì santi del principe Girolamo Napoleone e dell’accademico Sainte-Beuve, corse per Valdarno una spaventosa voce, che io il venerdì santo del ’57 fossi sceso da San Miniato alla taverna del piano, e all’oste sbigottito avessi fieramente intimato: Portami una costola di quel p.... di Gesù Cristo. È vero che in quell’anno io andavo pensando o andavo dicendo di pensare un inno a Gesù con a motto un verso e mezzo di Dante, Io non so chi tu sie nè per che modo Venuto se’ quaggiù; ma è anche vero che quel venerdì santo io ero a Firenze, e quei mesi studiavo appassionatamente Iacopone da Todi e annunziavo a tutti la sua gran superiorità su ’l Manzoni e lo salutavo Pindaro cristiano, e composi una lauda al Corpo del Signore. Il che tutto non impedì che non mi fosse avviato un processo; e un processo di tal materia a quegli anni in Toscana poteva menar lontani. Per fortuna che del ’57 anche c’era in Toscana, pur all’ombra della cappamagna di santo Stefano, del buon senso parecchio e dell’onestà.»[21]
***
Il Carducci parla poi delle visite che nelle belle domeniche d’aprile, di maggio e di giugno gli andavano a fare da Firenze il Nencioni, il Gargani e il Chiarini, del chiasso e delle bizzarrie che facevano, lui specialmente e il Gargani; d’un suo amoretto, che non durò, dice lui, cinque giorni; e finalmente della proposta di stampare le sue poesie, fattagli un bel giorno dal Cristiani, per potere col guadagno ch’ei ne sperava pagare i loro debiti all’oste e al caffettiere.
«Le poesie, scrive il Carducci, massime allora, io le faceva proprio per me: per me era de’ rarissimi piaceri della mia gioventù gittare a pezzi e brani in furia il mio pensiero o il sentimento nella materia della lingua e nei canali del verso, formarlo in abozzo, e poi prendermelo su di quando in quando, e darvi della lima o della stecca dentro e addosso rabbiosamente. Qualche volta andava tutto in bricioli; tanto meglio. Qualche volta resisteva; e io vi tornavo intorno a sbalzi, come un orsacchio rabbonito, e mi v’indugiavo sopra brontolando, e non mi risolvevo a finire. Finire era per me cessazione di godimento, e, come avevo pur bisogno di godere un poco anch’io, così non finivo mai nulla.»[22]
La risposta del Carducci al Cristiani aspettante, e che pur tacendo parlava, fu un bel no; e il Cristiani se ne andò, scrollando la testa. Ma l’oste e il caffettiere tempestavano coi loro conti; il tipografo, messo su dal Cristiani, offeriva un’edizione economica e trattamento da amico; e così andò a finire che il Carducci cedè, e la stampa delle sue poesie fu deliberata.
Se gli amici nelle belle domeniche d’aprile, di maggio e di giugno andavano a San Miniato a trovare il Carducci, anch’egli, quando avea due o tre giorni di vacanza di seguito, andava a Firenze a trovare gli amici. Il 19 febbraio mi scriveva da Santa Maria a Monte, dove fino dal giovedì grasso era andato a cercare della caccia da portare a Firenze per fare un desinaretto cogli amici: «Sabato il giorno sarò a Firenze con quattro grossi e belli uccelli di palude, dei quali tre moriglioni e un’arzavola da farne un umido stupendo. Voi preparate, se si deve fare il pranzo domenica.» Mentre scriveva era di così cattivo umore, che neppure l’idea del pranzo bastava a rasserenarlo. «La inerzia mia, proseguiva, è grande: la noia della vita è giunta a tal grado che io non posso sopportare più me stesso: io non faccio più nulla: non farò più nulla: tutto è vanità, anche la letteratura e la gloria. Perchè perdere il mio tempo e la mia salute a far commenti e poesie? No, non faccio più nulla e non farò più nulla: e faccio bene.» Era uno di quei momenti di scontentezza da cui il Carducci non di rado era preso, ma che fortunatamente passavano presto: e contribuiva sopra tutto a farli passare lo studio e il lavoro. Venne, si fece il pranzo, che fu lietissimo, e passammo insieme lietamente gli ultimi giorni di carnevale. Tornato a San Miniato, scrisse nel marzo l’ode alla beata Diana Giuntini, e attendeva a correggere e finire le altre poesie che voleva stampare.
Il primo d’aprile, mandandomi il manifesto per la pubblicazione del volumetto mi scriveva: «Jacta est alea! Il manifesto per le mie Rime toscane è stampato: nè posso più ritrarmi. Pensa a persuadere il Targioni che la cosa non è fatta male, avuto riguardo a’ debiti grandi ch’io mi ritrovo. Per l’amor di Dio, non mi fate rimprovero ora perchè altramente troppo pensiero me ne piglierebbe.... Il libro sarà composto di una prefazione in prosa lunga assai, di una prefazione in versi: poi, 1º libro, sonetti: 2º libro, odi: 3º libro, ballate: 4º libro, canti. — Due altri sonetti ho fatto, e finito secondo il costume pagano l’ode alla beata Diana, che è la più di gusto antico fra le mie odi oraziane. Il tutto sentirete a Firenze, chè ora non ho voglia di scrivere più oltre.»