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Nel maggio lavorò moltissimo a compiere e correggere le poesie da mettere nel volumetto, del quale aveva già cominciato la stampa, e a comporne delle nuove. Prima del 20 aveva finito l’ode Agli Italiani, e aveva scritto, fra altri versi, il principio del Canto alle Muse, che, mi scriveva, «per l’anima d’Omero, sono i migliori versi ch’io abbia mai fatto.» E anche a me quando poi me li mandò manoscritti, parvero bellissimi, e glie ne scrissi lodandoli entusiasticamente. Ho voluto ora rileggere il lungo frammento intitolato Omero, ch’egli accolse poi nelle edizioni successive delle poesie; e (perchè non dirlo?) ho trovato giustificabile e giustificato il mio giudizio entusiastico di quarantacinque anni fa. Quei versi mi paiono ancora belli quanto i più belli del Foscolo; ma si capisce che, se non ci fossero stati prima il Foscolo, il Monti e il Leopardi, il Carducci forse non li avrebbe scritti, certo non li avrebbe scritti a quel modo. Il 26 mi mandava le prove di stampa dei sonetti, che allora erano 28, e furono ridotti a 25; il 6 giugno avea finito l’ode A Febo Apolline, cominciata il 25 novembre 1851 a Firenze, e ripresa soltanto a San Miniato nel dicembre 1856.
Nel luglio ebbe per un momento l’idea di prender parte al concorso allora aperto per la cattedra di eloquenza italiana nell’Università di Torino. «Se vi fossero nomi famosi, mi scriveva, non avrebbero aperto il concorso: io avrei caro di sapere se vi paresse audacia il presentarmi anch’io.» Io non so che cosa gli rispondessi; ma probabilmente l’idea gli passò via subito ed egli non ne fece altro.
Mentre attendeva alla stampa delle poesie, che fu compiuta in poco più di due mesi, dal maggio al luglio (il volume fu pubblicato il 23), era agitato da sentimenti diversissimi, ora di eccessiva depressione, ora di esaltazione non meno eccessiva. L’8 di giugno mi scriveva: «Poco importami vedere il mio nome stampato in cima a una ventina di componimenti, che pochissimi intenderanno, due o tre leggeranno sbadigliando senza intendere, tutti disprezzeranno, e più quelli che meno li avranno intesi! Ahi stoltezza stoltissima tutto, e lo studiare e il credere alla fama e il desiderarla, e più grande stoltezza stoltissima il credere e pretendere di pensare bene soli fra milioni che ridono o compatiscono, e dirlo in faccia a cotesti milioni, e pigliarci il maledetto sdegno. Ragazzaccio impertinente, avrebbon ragione di dirmi gl’italiani, e chi se’ tu che col latte ancor su le labbra pretendi sedere a scranna e insultare noi venticinque milioni? Degna tua punizione il sorriso e lo scappellotto. Sta bene! E io, siccome quegli che fo un gran gridare con picciolette forze, a mo’ della rana e della cicala, dovrei pigliarmi lo scappellotto, e buci. Presunzione da ragazzi: per dire a un secolo intero, tu fai male, altre faccie voglionsi che la mia, altri studi, per Dio! Or sia così, e gl’italiani mi deridano e mi piglino a scappellotti; bene sta: nè io fiaterò. Orgoglio! come se gl’italiani volessero curarsi del librettuccio mio, il quale dalle mani di pochi ragazzi e giovanetti passerà, come dicea fra Gargani, a formare aquiloni a’ fanciulli, e anime a dipanar gomitoli alle signorine.»
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Con una lettera successiva, annunziandomi che la stampa del libretto era finita, e giurando e spergiurando che, salvo il Mamiani, il Gussalli, il Ferrucci, il Mordani, il Tommaseo e il Thouar (solo tra’ fiorentini), nessun altro dovea averlo in regalo, diceva tra le altre cose: «O belve di trecentomila capi, Giosue Carducci non vi presenterà il libretto suo, perchè gli diciate che è un giovane di buone speranze, se si converte alla buona filosofia. No, bestioni, io sputerò in faccia alla vostra filosofia: e vo’ credere nelle Muse e in Apollo sempre: e quando sarò per morire mi farò leggere Omero: e non sia vero che intorno a me siano preti. Mi farò bruciare sopra un rogo di legna di pino, a cui sottostaranno tutti i miei libri. Sì, sì, viva Apollo Febo lungioprante, Patareo, Delio, Cinzio, e moia chi dice di no.... Per Iddio Apollo, di’ ch’io credo assolutamente nella religione d’Omero, e che io non iscrivo di mitologia per imitazione o perchè sia uno scolaretto, ma perchè credo che vera poesia, hai inteso, vera poesia non è che là.»
All’ultim’ora il Carducci dimise il pensiero delle due prefazioni, una in prosa e l’altra in versi, della divisione delle poesie in quattro libri e d’una piccola introduzione esplicativa dei saggi del Canto alle Muse, che doveva essere indirizzata al maestro suo Michele Ferrucci; e il libretto uscì composto soltanto di venticinque sonetti, di dodici Canti e dei detti Saggi di un Canto alle Muse. Tra i Canti erano comprese due ballate di stile antico e la Lauda spirituale per la processione del Corpus Domini. Una delle ballate, La bellezza ideale, era dedicata al Padre Barsottini, l’altra, Ultimo inganno, a Francesco Donati delle Scuole Pie, la Lauda spirituale a Giulio Cavalocchi; alcuni sonetti e la maggior parte dei Canti erano indirizzati o dedicati ad amici (Chiarini, Tribolati, Nencioni, Targioni, Buonamici, Pazzi, Cristiani, Gargani, Panicucci); i saggi del Canto alle Muse erano dedicati a Michele Ferrucci. Era premessa alle poesie questa dedicatoria: «A voi| Giacomo Leopardi e Pietro Giordani| viventi| queste mie rime| come ad autori e maestri| offerto avrei vergognando| le quali parmi ora superbo| consecrare| alla memoria di voi grandissimi| io piccolissimo.|»
Inutile dire che lo scopo del libro, quello cioè di pagare i debiti, non fu raggiunto. «I debiti, scrive il Carducci, anzi che estinguere, dilagarono,» tanto che dovettero intervenire i babbi e le mamme a pagarli; «e le Rime rimasero esposte ai compatimenti di Francesco Silvio Orlandini, ai disprezzi di Paolo Emiliani Giudici, agl’insulti di Pietro Fanfani.»[23]
Alla fine d’agosto il Carducci abbandonò San Miniato, per andare a passare alcuni giorni in famiglia a Santa Maria a Monte, e di lì si recò nella prima metà di settembre a Firenze.