«Grandi ammirazioni ed esclamazioni di noi due creature nuove su quell’antica creatura.

«Le esclamazioni pare fossero un po’ rumorose. Perchè un grave signore, con gran barba nera e con un libro in mano, si fece in sull’uscio a sgridarci, o meglio a sgridarmi. Non era mio padre: era, seppi molto tempo dopo, un marito putativo d’una moglie altrui alloggiata per certo caso ivi presso.

«Io brandendo la fune, come fosse un flagello, me gli feci incontro gridandogli: Via, via, brutto te!

»D’allora in poi ho risposto sempre così ad ogni autorità che sia venuta ad ammonirmi, con un libro in mano e un sottinteso in corpo, a nome della morale.»[1]

Questo aneddoto mostra già nel fanciullo una delle qualità più caratteristiche dell’uomo. Perciò l’ho messo qui, affinchè sia come il battesimo della vita del nostro poeta.

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Il piccolo ribelle nacque il 27 luglio dell’anno 1835 alle ore 11 di sera in Val di Castello, frazione del comune di Pietrasanta, da Michele Carducci e Ildegonda Celli. Gli furono dati all’atto del battesimo, ch’ebbe luogo due giorni dopo, i nomi di Giosue, Alessandro, Giuseppe, essendo compare un suo zio Natale Carducci.[Vedi l’atto di nascita nelle note a pag. [434]]

La famiglia Carducci, stabilita da gran tempo fra Serravezza e Pietrasanta, discendeva dai Carducci di Firenze; e il nonno del poeta, Francesco Giuseppe, andava orgoglioso di tale discendenza, e si compiaceva molto, nella intimità della famiglia e degli amici, di evocarne le gloriose memorie. Ma quelle memorie, troppo lontane, non ebbero alcuna influenza sui suoi sentimenti politici: e nemmeno la familiarità sua col poeta repubblicano Giovanni Fantoni, di cui era grande ammiratore. Egli era e rimase un fedele suddito del Granduca di Toscana; e come tale odiò le novità e le rivoluzioni. Il padre del poeta invece, il dottore Michele, avea nel sangue l’istinto della battaglia e della libertà. Fin da scolare prese parte alle cospirazioni politiche, fu carbonaro, e dei pochi Toscani che pei fatti del 1831 patirono relegazione e prigionia. Quando gli nacque il primo figliuolo Giosue, egli a Val di Castello era medico di una società francese che aveva assunto l’escavazione di certe miniere di piombo argentifero, poste tra Val di Castello e Serravezza. Ma o fosse l’indole sua irrequieta, o che non gli piacesse, o non gli convenisse, l’ufficio presso la società mineraria francese, o che, come altri dice, gli desse fastidio la sospettosa vigilanza della polizia, ben presto abbandonò la Versilia per la maremma toscana, e verso il 1838 andò medico condotto a Bolgheri, frazione di Castagneto, e feudo dei Conti della Gherardesca.

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Tra Bolgheri e Castagneto la famiglia Carducci passò ben undici anni, che il poeta chiama la sua triste primavera e dei quali parla egli stesso così: «Mio padre era un manzoniano fervente.... Ridottosi a vivere in condotta in uno dei più oscuri paeselli della maremma, viveva coi contadini, e, nelle ore di riposo o di sosta, con alcuni pochi libri di storia e letteratura che, oltre i non pochi dell’arte sua, aveva raccolti ed amava. Figuravano tra questi bellissime le opere del Manzoni, con i giudizi del Goethe, le analisi critiche del Fauriel, i commenti del Tommaseo; e quei volumi, rilegati con certa pretensione di lusso, mostravano impressi nelle costole a oro certi fregi che rendean figura come di casette con due alberetti davanti. Io, ragazzo di circa dieci anni, credevo che quella fosse la canonica di Don Abbondio; e leggevo e rileggevo I promessi sposi. Perchè fino a quattordici anni non ebbi quasi altro maestro che mio padre, il quale altro non m’insegnava che latino; ma, un po’ per l’indole sua, un po’ per i doveri di medico, mi lasciava molta libertà e molto tempo per leggere.