«E io insieme alle opere del Manzoni lessi l’Iliade, l’Eneide, la Gerusalemme, e la Storia Romana del Rollin, e la Storia della Rivoluzione Francese del Thiers; i poemi con ineffabile rapimento, le storie con un serio oblio di tutto il resto: e, aiutato da qualche conversazione di mio padre con certi amici ed ospiti, per ragazzo ne intendevo anche troppo. Invasato così di ardore epico e di furore repubblicano e rivoluzionario, io sentivo il bisogno di traboccare il mio idealismo nell’azione; e per ciò in brigata co’ miei fratelli e con altri ragazzi del vicinato organizzavo sempre repubbliche, e repubbliche sempre nuove, ora rette ad arconti ora a consoli ora a tribuni, pur che la rivoluzione fosse la condizion normale dell’essere, e cosa di tutti i giorni l’urto tra i partiti e la guerra civile.
«La nostra repubblica consisteva di ragunanze tumultuose e di battaglie a colpi di sassi e bastoni, con le quali intendevamo riprodurre i più bei fatti de’ bei tempi di Roma e della rivoluzione francese. In coteste rappresentazioni, del resto, il rispetto alla storia non era certo spinto a quegli eccessi pedanteschi che soglion guastare o raffreddare l’effetto vivo drammatico. Che benedette sassate applicai un giorno a Cesare il quale era su ’l passare il Rubicone! Per quel giorno il tiranno dovè rifugiarsi non so dove con le sue legioni, e la repubblica fu salva. Ma il dì appresso Cesare mi colse in una macchia, affermando sè essere Opimio e quello il luco delle furie: invano io protestai contro l’anacronismo e per la mia qualità di Scipione Emiliano: egli mi fece togliere in mezzo da’ suoi cretensi come un Gracco qualunque e flagellare, mentre io chiedevo che almeno rispettasse la storia lasciandomi libero di farmi uccidere al mio schiavo. Come picchiavano e rideano quei cretensi! Me ne vendicai, per altro ed in breve, e storicamente, quando, presa d’assalto una rimessa che facea da Tuileries, stimai bene di lasciar libero il corso al furor popolare su gli svizzeri prezzolati di Luigi XVI.
«Ma il rumore di questi grandi fatti giungeva qualche volta alle orecchie del mio manzoniano padre, il quale allora, nulla commosso dalle mie oneste ferite, mi condannava pur troppo a lunghe prigionie; in mezzo alle quali egli di quando a quando riappariva per rivedermi il latino, e mi lasciava tre libri su ’l tavolo, dicendomi serio ed asciutto: — Leggete qui, e persuadetevi che il taratantara classico non è più per questi tempi. — I tre libri erano: la Morale cattolica di Alessandro Manzoni, i Doveri dell’uomo di Silvio Pellico, e la Vita di San Giuseppe Calasanzio scritta da certo padre Tosetti (parmi) del secolo passato.
«Che idea fosse quella del manzoniano mio padre di dare a leggere la Morale cattolica a un ragazzo, io non so: so che d’allora in poi per un gran pezzo morale cattolica e frati, doveri dell’uomo e santini, furono per me la stessa cosa; e odiai, odiai quei libri, d’un odio catilinario. Essi mi rappresentavano la mortificazione, la solitudine, la privazione di libertà e d’aria e di combattimento, la fame delle grandi letture, un nuovo carcere tulliano. Trovavo uno sfogo ad affacciarmi alla finestra, declamando la parte di Guglielmo de’ Pazzi:
Soffrire, ognor soffrire? altro consiglio
Darmi, o padre, non sai? Ti sei tu fatto
Schiavo or così che del mediceo giogo
Non senti il peso e i gravi oltraggi e l’onte?
Dispetto! i cretensi e gli svizzeri eran sotto la finestra, e ridevano, e mi gettavano pomi.»[2]
Queste battaglie e le letture non erano i soli svaghi del selvatico fanciullo, dice il Borgognoni: «e’ si teneva in casa e allevava con grande amore una civetta, un falco e (imaginate!) anche un lupacchiotto.» Ma il padre, cui tutto ciò non andava a genio, «un bel giorno ammazzò il falco e regalò a un tale di Livorno il lupo.» Giosue ne fu così addolorato, che «scappò di casa e passava le giornate intere errando pei boschi in riva al mare e su pei colli cretacei.»[3] Aveva intorno a dieci anni; e cominciò fin d’allora a sentirsi tentare dalla smania di far versi; scrisse prima alcune ottave sulla presa di Bolgheri, poi alcune terzine sulla morte di Cesare e un sonetto per la morte della sua civetta. In questo tempo essendoglisi messa addosso una febbre maremmana, che gli durò due anni, il padre (che stava allora a Bolgheri), per vedere di guarirlo, lo mandò a Castagneto in casa d’un collega. Qui Giosue, sentendosi pienamente libero, cominciò, dice il Borgognoni, a farla da uomo; si legò in amicizia con un tale Alessandro Scalzini repubblicano, e nella casa di lui spiegava ai molti che accorrevano a sentirle, le poesie del Giusti, che allora andavano attorno manoscritte. Fu richiamato a casa dal padre nel 1846; ma due anni dopo, nella primavera del 1848, tutta la famiglia si trasferì a Castagneto, e Giosue vi riprese la vita di prima. «Allorchè, scrive il Borgognoni, fu affisso a Castagneto il bollettino che annunziava lo statuto largito da Carlo Alberto, il Carducci ci scrisse sotto col lapis: