Io che stavo vicinissimo a lui di casa, in via Romana presso la piazzetta di San Felice, lo incontravo spesso, ed egli mi fermava sempre per parlarmi di Giosue. Quando questi ebbe a San Miniato quell’amoretto del quale parla nelle Risorse di San Miniato al Tedesco,[25] una leggera nube turbò momentaneamente le relazioni di lui con la famiglia Menicucci. Durante quel breve tempo io credei che il povero signor Francesco volesse impazzire. Egli veniva a cercarmi quasi tutte le sere, aspettandomi quando io uscivo di casa, e non sapeva parlarmi d’altro: nei suoi discorsi c’entravano sempre, si intende, gli uomini di Plutarco, e qualche sentenza del Machiavelli, che non mi rammentavo di aver mai letta nelle opere del Segretario fiorentino. Io cercavo di acquetarlo e di assicurarlo che tutto si sarebbe accomodato; e ciò gli faceva un gran piacere.
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Una mattina dei primi di novembre (1857) mi capita a casa il Targioni, commosso e spaurito. Io era sempre in letto. — Vèstiti subito, mi dice; dobbiamo andare da Giosue a dargli una triste notizia: suo fratello Dante si è ucciso. — Io non avrei dato fede a quelle parole, se la faccia di chi le pronunziava non ne avesse confermata pur troppo la verità. Andammo. Sentendo la nostra voce, Giosue saltò giù dal letto, e mezzo vestito venne ad aprirci: era ilare e lieto, e ci accolse scherzando: ma al nostro turbamento e alle nostre prime parole, si rannuvolò, capì che qualche grave sciagura doveva essere accaduta, e appena uno di noi pronunziò il nome di suo fratello, egli disse: Non mi nascondete la verità, è morto, si è ammazzato.
Andò per alcuni giorni a casa, ove scrisse la canzone Alla memoria di D. C.; e tornato a Firenze prese in affitto, nei primi del 1858, una camera mobiliata in via Romana al secondo piano della casa, dove al primo abitavo io colla mia famiglia.
Tornò triste e accorato, non pure della morte del fratello, ma delle condizioni in cui aveva lasciato la famiglia, specialmente il padre, che affranto dal tragico caso cadde malato e non si riebbe più.
Appunto per ciò bisognava vivere, bisognava cercare nel lavoro l’oblio dei mali, e il modo di affrontare l’avvenire che si avanzava scuro e minaccioso. Ciò sentì istintivamente il Carducci, e riprese la sua vita di lavoro e di studio, con nessun altro diversivo che la compagnia degli amici e i colloqui con la fidanzata.
Passava tutto il suo tempo nelle biblioteche, e in casa a studiare e a scrivere, e dava qualche lezione. Una delle sue passioni più grandi erano i codici e le edizioni rare delle poesie antiche. Veniva fin d’allora preparando i materiali per quella mirabile edizione delle poesie italiane del Poliziano, che potè perciò compiere anche stando a Bologna. Noi ci vedevamo allora tutti i giorni, e le ore del pomeriggio e la sera le passavamo sempre insieme. Quando aveva scritto qualche cosa che voleva farmi sentire, picchiava nel pavimento, ed io che avevo la mia camera sotto la sua, mi affacciavo alla finestra, ed a lui già affacciato, dicevo: Ora vengo. Così sentii a uno a uno, appena composti, la maggior parte dei sonetti satirici contro i nemici degli amici pedanti.
Ho accennato alle nostre radunanze serali, a proposito di quella di casa Menicucci. Queste radunanze si tenevano ordinariamente in casa mia, e furono inaugurate il 17 febbraio 1858, prima sera di quaresima, e prima del simposio dei sapienti, come fu scritto a piè di certi versi burleschi composti in comune quella sera stessa; nella quale, invece del ponce, ch’era la bevanda di rito, si bevve un certo caffè, che doveva essere prelibato, e non fu niente di particolare.
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Ma, prima di quel tempo, e dopo, qualche radunanza fu tenuta a San Giovannino nella cella del Padre Francesco Donati, il quale ci preparava colle sue mani dei ponci che rimasero famosi. Il Carducci li rammentava anche qualche anno dopo, andato a Bologna. In una lettera del 7 febbraio 1861 rileggo queste parole, che mi risvegliano molte dolci memorie. «Salutami di grandissimo cuore il gran Padre Consagrata, e digli come io spasimo per lui, ed amerei essere, piuttosto che qui in questo tristo giovedì grasso, nella sua cella a bere quei famosi ponci, come nel felice 1856 e 1857.» Padre Consagrata era il soprannome che il Carducci aveva messo per ischerzo al Donati, facendogli un sonetto, che ora dopo tanti anni mi rifiorisce nella memoria.