Nella lettera del Guerrazzi erano, come si vede, molte osservazioni giuste; ed egli ebbe il merito di sentire l’ingegno del giovine poeta anche attraverso le imitazioni dei classici; ma non capì e non poteva capire come quelle stesse imitazioni fossero indizio di un ingegno che in esse e per esse cercava la via di riconoscere ed esplicare la propria originalità. Il povero Michele Ferrucci, sospettato dal Guerrazzi di aver soffiato nel cervello del suo alunno un’aura di pedanteria, era innocentissimo delle imitazioni oraziane del Carducci e della sua idolatria per i classici. Quelle imitazioni poi erano tanto poco effetto di pedanteria, che prepararono le Odi barbare; ciò che intravide il Mamiani.
Dove il Guerrazzi aveva ragione era nel rimproverare al Carducci il disprezzo per le letterature straniere; disprezzo forse più ostentato che vero, del quale il poeta si guarì ben presto da sè, senza però arrivar mai, credo, a persuadersi che la poesia scandinava e persiana fossero superiori alla latina e alla greca.
Dodici anni più tardi il Carducci, parlando delle sue poesie giovanili, e dichiarando che aveva riconosciuto quel che c’era di vero in alcune delle critiche fattegli, così riassunse e giudicò le critiche stesse:
«Tutti si accordavano nell’accusarmi d’idolatria per l’antichità e per la forma: pur taluno avrebbe usato misericordia all’aristocrazia del mio stile, se gl’inni a Febo Apolline e le odi a Diana Trivia non fossero apparsi in tanto folgorare di bello cristiano veri e propri peccati. I giornali teatrali poi si detter faccenda per insegnarmi la lingua: un maestro di scuola, che aveva dell’autorità in critica sbalordì la gente empiendo mezza una pagina del novero di tutti i classici da me imitati, fra i quali Pindaro, ch’io aveva così imitato com’egli letto: un sopracciò dei modi di lingua, autore di scritti lepidi che egli chiama, non si sa perchè, capricciosi, per certi versi sciolti nei quali ei pretendeva ch’io scimmieggiassi i greci, mi paragonò, parmi, ad Arlecchino: un terzo, molto affocato per la congregazione di San Vincenzio di Paola e scrittore di strofette religiose che dell’evangelio avevano l’umiltà e gli et, si affaticava a persuadermi come l’uomo anche in poesia conviene mostrarsi qual è, nè più nè meno: e io ne sarei andato d’accordo, ove non ci fosse stata di mezzo una difficoltà, ch’ei voleva ch’io mi mostrassi qual era lui: un quarto, critico e storico molto riputato, affermava fra amici che quel libretto accusava il difetto assoluto d’ogni possibile facoltà poetica nell’autore.»[24]
Il critico e storico molto riputato era Paolo Emiliani Giudici; il sopracciò dei modi di lingua era (si capisce) il Fanfani; il maestro di scuola non mi ricordo se l’Orlandini, o il Bianciardi; dell’altro, che oggi nessuno ricorda, è inutile fare il nome.
***
Nei primi giorni del suo arrivo a Firenze il Carducci si alluogò per qualche tempo in alcune stanze a un primo piano di faccia alla casa abitata dalla famiglia Menicucci in via Mazzetta: quelle stanze erano state prese in affitto da uno della famiglia stessa; della quale Giosue era spesso ospite quando si trovava a Firenze.
Francesco Menicucci, un bel tipo di popolano fiorentino, degno d’essere vissuto ai tempi della repubblica, si era sposato in seconde nozze con una Celli sorella della madre del Carducci, ed aveva, tra altri figli del primo letto, una figliuola di nome Elvira dell’età presso a poco di Giosue. Bazzicando questi per casa fin da quando andava alle Scuole Pie, i due giovani si erano innamorati, e, poi, coll’assenso dei parenti d’ambo le parti, fidanzati. Il Menicucci, buono e brav’uomo, se altri mai, aveva nel suo salotto da pranzo, fra i busti in gesso di Dante, del Machiavelli e d’altri grandi italiani, una piccola biblioteca storico-politica, e nella testa un gran guazzabuglio d’avvenimenti e d’uomini dell’antica Roma e di Firenze repubblicana; nomi e avvenimenti che poco o molto entravano sempre in tutti i suoi discorsi politici, e anche non politici. Egli aveva preso viva parte ai moti rivoluzionari del 1848; nei quali la sua gigantesca figura e l’anima bollente e irrequieta gli avevano naturalmente fatto rappresentare la parte di capopopolo. Una volta, mi fu detto, trascinò da sè solo un cannone dalla Fortezza da basso a non so quale altra parte della città; e si trascinava dietro, con la voce tuonante, coi gesti energici e con le grosse parole, il popolo, che a quei tempi era sempre per le strade a fare dimostrazioni. Inutile dire ch’egli aveva per Giosue un’ammirazione senza confini; e i discorsi di lui, ch’egli ascoltava avidamente, andavano ad accrescere il guazzabuglio di parole e d’idee che fermentava nella sua testa.
Gli amici pedanti erano soliti radunarsi la sera in casa dell’uno o dell’altro a leggere, a conversare, a disputare. Una sera si radunarono in casa Menicucci, dove Giosue aveva allora i suoi libri, e dopo una breve discussione si stabilì di leggere Orazio. Il Menicucci, ch’era presente, chiese il permesso di assistere alla lettura, dicendo: Io non so il latino, ma quella bella lingua mi piace molto a sentirla leggere. Andammo nella stanza dove erano i libri, e quando la lettura stava per cominciare egli domandò sottovoce ad uno dei convenuti: Sono le poesie di Orazio Coclite?
Per lui stare a sentire i nostri discorsi era un gran piacere; e noi, che gli volevamo tutti un gran bene per la sua grande bontà, e per l’adorazione ch’egli aveva per il Carducci, sopportavamo volentieri i suoi discorsi anche quando, come spesso accadeva, non riuscivamo a cavarne gran costrutto.