Lo stesso numero del Passatempo aveva in fine della quarta pagina la caricatura degli amici pedanti, cioè del Carducci, del Targioni e di me. (Il Gargani, da un pezzo fuor di Firenze, non aveva preso parte alle nostre ultime lotte.) In una specie di quadro erano disegnati su in alto i ritratti del Manzoni, del Gioberti, del Grossi, del Tommaseo, e giù in basso gli amici pedanti, che inforcando dei cavallini di legno movevano in guerra contro quei grandi; da un lato il Targioni con in mano una targa, in mezzo il Carducci con in mano un cardo da cardare la lana, dall’altro lato io con una trombettina dal collo lungo e stretto.

Il Momo pubblicò più tardi, nel n. 26 (1º luglio), un articolo di lode sulle Rime del Carducci, togliendolo dalla Rivista contemporanea di Torino; e più tardi ancora, nei nn. 33 e 35 (19 agosto e 2 settembre), riprodusse un articolo, pure in lode delle Rime, composto da Giuseppe Puccianti, e già stampato in un giornaletto pisano, L’Osservatore. In questo giornaletto, compilato dal Puccianti stesso e da altri amici di Pisa, scrivevamo di tratto in tratto anche noi. Il Carducci vi pubblicò l’ode I voti con una mia breve introduzione e l’ode A Diana Trivia.

Gli attacchi del Passatempo contro gli amici pedanti in quell’anno 1858 non si limitarono al sonetto su Farfanicchio e alla caricatura. E prima e dopo, facendo la rassegna del Momo, ce ne diceva di tutti i colori. Ciò, lungi dal turbarci, ci metteva di buon umore, dandoci materia e occasione a proseguire la battaglia.

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Ma non la pensava come noi il buon Silvio Giannini, che, amico ed estimatore del Carducci, vedeva di mal occhio quelli attacchi feroci contro il giovane poeta. E sperando di farli cessare coll’intervento di un giudice autorevole, scrisse al Guerrazzi domandandogli il suo parere intorno alle Rime. Avuta la risposta, la mandò al Direttore del Passatempo, con preghiera di pubblicarla: e il Passatempo la pubblicò, per mostrare (così diceva un breve cappello premesso alla lettera) «che le cose dette contro il Carducci non furono dettate da animosità verso la sua persona, o da poca stima del suo ingegno, ma dal cruccio di vedere che egli il suo ingegno spendeva in misere dispute ed in servigio di una fanciullesca fazione letteraria che era lo spasso e lo scherno di Firenze.» Quest’ultima era una pretta bugia, poichè il Passatempo sapeva benissimo, e lo aveva detto e lo ripeteva, che il Carducci era lui il capo della fazione (se fazione poteva chiamarsi). La dichiarazione poi di stima al Carducci era tanto poco sincera, che il Passatempo d’allora in poi seguitò a blaterare contro di lui peggio di prima. Ne vedremo fra poco un saggio a proposito dell’ultima e fiera polemica che il Carducci ebbe con esso per una poesia di Isidoro Del Lungo.

Ecco la lettera del Guerrazzi al Giannini, che fu pubblicata nel n. 16, anno III del Passatempo (17 aprile 1858).

«.... Ho scorso le poesie del Carducci. Che posso dirgliene io? Penso che pessimamente adoperarono a suonargli le tabelle dietro: mi maraviglio della insolita inurbanità e me ne affliggo pel mio paese. Ormai della fama di gentilezza più poco gli avanza; voglia pertanto tenerla cara. Di più: il giovane, il quale invece di commettersi alle dissipazioni coltiva gli studii, e non pure si mostra schivo, ma impreca ai vizii, facile e non irrimissibile peccato degli anni, merita conforto, e di molto, massime considerati i tempi. Quanto a lingua e a concetti, vuolsi adoperare carità e ammonimenti fraterni, non ira nè scherno, anco avendo ragione: ma i critici l’hanno? Le più volte no. Infatti, io mi sento poca cosa: non mi state a dire di no: io conosco benissimo quanto peso: nondimeno la Italia condotta alla liquidazione, mancatele le pezze di panno rosato, mette fuori i suoi scampoli, fondi di magazzino, e di questa ragione ciarpe, e ci entro anco io. Eppure, se lo rammenta, signor Silvio? A Livorno mi presero a fischi. Cosicchè; se la natura non mi avesse regalato un’anima di leccio, mi sarei ripiegato come un lombrico, e come lui, rannicchiato sotto terra. Io al Carducci avvertirei: Bada, figliuolo mio, dubito che tu erri in lingua, e in concetti; in lingua, che deve con lungo amore ricavarsi dai Classici, non per rimetterla cruda nei tuoi scritti, bensì per farne impasto il quale sia ben tuo, e fuso al tuo fuoco, e plasticato alla tua maniera: altra cosa è imitare, altra è copiare; anzi, neppure imitare mi garba, e tu copii, copiare è da scimmie; imita il comune degli uomini; l’ingegno forte, piglia e fa suo.

»Alla servilità della parola dà incitamento la servilità del pensiero. Imperciocchè, che abbachi mai con l’aura greca e con la latina? Io temo forte, che il tuo maestro non t’abbia soffiato sul cervello un’aura di pedanteria, e reso tale come una foglia di platano a mezzo novembre. Che concetti meschini, che pensieri scemi sono eglino questi? Tu non hai ad essere latino, nè greco, come nè anco francese o tedesco, bensì italiano, e dei tuoi tempi; perchè ogni letteratura deve porgere ai futuri testimonianza della età in cui fu. Non sentire come Orazio, non pensare come Pindaro: da te senti e pensa. Che grulleria è cotesta di spregiare quanto ignori? Inghilterra, Germania e (mirabile a dirsi!) la Scandinavia e la Persia possiedono tesori di poesia per splendore d’immagini, per squisitezza di sentimento, tali, appo cui impallidisce quanto conosci di greco, di latino, ed anco, ohimè! di italiano. Tutto guarda, tutto esamina; allargati la mente: la mente umana, meglio del Panteon, deve dar posto a tutti gli Dei. Medita, di nuovo medita; questo viene da volontà: e poi senti; e questo altro ti darà natura; e quando spirano dentro amore ed entusiasmo, nota, e sarai poeta; chè molto di favore ti compartiva il cielo. Di questo mi contento: leggi, prima di poetare da capo, il quarto canto del Fanciullo Aroldo di Byron; e poi ci riparleremo.

»Ecco come avrei ammonito il suo amico Carducci. Ed Ella perchè non lo ha fatto? E se nol fece, e perchè non lo fa? Lo avvisi, lo conforti anche da parte mia, e rassicuri che le ali ei le ha; solo che sappia volare. Ami e veneri il suo maestro Ferrucci, ma cammini da sè.... Genova, 12 aprile 1858.»

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