La guerra accesa dalla Diceria e dalla Giunta, invece di posare, si era rinfocolata più terribile e più accanita dopo la pubblicazione delle Rime del Carducci, sulle quali i giornali e i giornalisti avversari degli amici pedanti, con a capo il Fanfani, si erano gettati rabbiosamente, facendone uno strazio bestiale.

Bestiale, perchè, pur ammesso che il giudizio dei critici potesse essere in parte traviato dalle bizze personali, le più di quelle critiche dimostravano l’assoluta incapacità nei loro autori d’intendere poesia. E gli amici pedanti, i quali erano in buona fede convinti che nelle Rime ci fosse la rivelazione di un ingegno poetico vero, e che ciò che i critici vituperavano e schernivano fosse appunto la rivelazione di quell’ingegno, non erano disposti ad ammettere che in quelle critiche ci potesse essere niente di ragionevole.

Del Carducci è inutile dire se gli prudevano le mani. Egli aveva specialmente allora una gran voglia di scrivere poesie satiriche, ed era tutto contento quando gli se ne porgeva occasione.

Appunto in quel tempo, fra l’anno 1857 e il 1858, compose la maggior parte dei sonetti burleschi, che sono ora raccolti nel libro V dei Juvenilia, ed altri che, come ho accennato, rimasero inediti. Gli stampati ad eccezione dei primi tre e di quello Sur un canonico che lesse un discorso di pedagogia, si riferiscono tutti alle scaramuccie degli amici pedanti col Fanfani e gli altri scrittori del Passatempo.

Il Fanfani pubblicò le sue critiche alle Rime del Carducci, invece che nel suo giornale, in un altro, La Lanterna di Diogene, adducendo a ragione del suo scrivere lo scandalo suscitato, diceva lui, fra le persone serie da un articoletto laudatorio di esse Rime, nel quale il Carducci era chiamato il miglior poeta italiano dopo il Niccolini e il Mamiani. Quell’articoletto, firmato E. M., era stato scritto da un avvocato Elpidio Micciarelli, amico del Targioni, e pubblicato nella Lente; e pur nella Lente il Carducci rispose ai primi due articoli del Fanfani; il quale rincarò la dose delle impertinenze negli altri.[Vedi le note a pag. [453]]

Oltre questi articoli, il Fanfani compose anche un lungo sonetto con la coda parodiando le Rime del Carducci. Poichè il Carducci saettava lui ed i suoi di versi satirici, anche i Passatempisti non vollero essere da meno. Non ricordo o non ritrovo se il sonetto del Fanfani fosse pubblicato; credo di no: noi ne avemmo copia da Giulio Cavaciocchi, che bazzicando il Ministero della istruzione conosceva il Fanfani, e faceva come da gazzettino fra i due partiti belligeranti.

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Ai tanti giornaletti settimanali, che pullulavano allora in Firenze, l’avvocato Micciarelli ne aggiunse nel gennaio del 1858 un altro, che battezzò col nome di Momo, e che mise a nostra disposizione. Nel n. 12 di questo giornale (26 marzo 1858) furono pubblicati i due sonetti satirici del Carducci, A Messerino e A Bambolone, che sono i LXXVIII e LXXX del libro V dei Juvenilia nella edizione delle Poesie. Ma nel giornale furono stampati con qualche leggera variante e con intitolazione diversa: Bambolone era chiamato Caracalla, e Messerino, Rondellone; e c’era innanzi ai sonetti questa minacciosa rubrica: «Sonetti due, cavati da un Ms. che sembra appartenere al secolo XVI exeunte, e che si trova, a cercarlo, nella Biblioteca di Parigi, dove altri molti ne sono di simiglianti.»

Sotto il nome di Caracalla si nascondeva uno dei consorti del Fanfani, canzonato dal Carducci nell’altro sonetto, Il Burchiello ai linguaioli (LXXVII, lib. V Juvenilia). Rondellone, o Messerino, era Giuseppe Polverini, editore e proprietario del Passatempo, un buon diavolo, mezzo letterato anche lui, che, fregandosi al Fanfani e agli altri scrittori del suo giornale, s’era impolverato di letteratura e aveva scritto e stampato delle prose e dei versi. Il Cavaciocchi ci era venuto a riferire ch’egli andava dicendo di voler pagare dei ragazzi i quali, prendendo a fischi gli amici pedanti tutte le volte che uscivano per le vie, li costringessero a scappare di Firenze; e il Carducci aveva scritto il sonetto.

Quasi in risposta ai due sonetti del Carducci pubblicati nel Momo, il Passatempo nel suo n. 14, anno III (3 aprile 1858), pubblicava un sonetto caudato con questo titolo: «Il trionfo di Farfanicchio arcipoeta, o del Gigante da Cigoli, che abbacchiava i ceci con le pertiche: diceria in versi di un poeta che non è poeta.» Farfanicchio era, si capisce, il Carducci. Il sonetto, come gli altri scritti del Passatempo, non portava firma; ma era stato composto (sapemmo) da Antonio Fantacci, uno degli scrittori più ingegnosi e più culti del giornale, e, a differenza di quello del Fanfani, non mancava di spirito.[Vedi le note a pag. [453]]