Circa la supplenza del Carducci al Liceo, ha narrato recentemente un curioso aneddoto il commendatore Alberto Dall’Olio, ch’era a quel tempo studente liceale, e fu testimone e parte del fatto.[39] Il professore di lettere italiane del Liceo, già nominato, tardando a venire, ed avendo fatto mala prova due altri supplenti, fu pregato il Carducci. Egli allora a Bologna era noto in un cerchio abbastanza ristretto di studiosi e di persone colte: i giovani del Liceo forse non ne avevano sentito mai parlare; ad ogni modo non lo conoscevano. L’ultimo professore ch’essi avevano avuto era Leopoldo Marenco; la cui bella ed elegante figura, tra di militare e di trovatore, scrive il Dall’Olio, avevamo ancora dinanzi agli occhi: «e ci risonava ancor negli orecchi l’accento inspirato col quale egli ci leggeva, anzi ci declamava i versi.»
Lascio narrare interamente all’antico scolare, che fu poi sindaco di Bologna, l’ingresso del Carducci nella scuola, e quello che poi avvenne. «Vedemmo avanzarsi impettito tra le due file di panche, in aria tra spavalda e spaurita, un omino con una gran zazzera e una barbetta nera arruffata. Vestiva un soprabito piuttosto corto, scrupolosamente abbottonato, e teneva in mano.... un gibus.
»Salì sulla cattedra, e per prima cosa schiacciò nervosamente con un bel colpo il suo gibus: non c’era nulla di straordinario, ma noi cominciammo a guardarci l’un l’altro, e qualche sorriso corse sommessamente per l’aula; egli se n’accorse e si rannuvolò. Fatto sta che, quando prese a parlare, la sua voce era così incerta e la parola gli usciva così a stento dal labbro, che la nostra ilarità, per poco repressa, non potè più essere trattenuta. «Cet âge est sans pitié»; è proprio così: e più il professore intaccava, e più noi ridevamo. Fu dapprima un lieve susurro: poi crebbe, si innalzò, rumoreggiò in uno strepito incomposto e sgarbato.
»Che in questo modo le cose non potessero andare innanzi era manifesto; ma lo scioglimento fu rapido e brusco. Il timoroso professore ad un tratto si fece ardito: si levò, raccolse le cartelle de’ suoi appunti: con un energico pugno rialzò il malaugurato gibus, se lo piantò in capo e mormorando rotte invettive uscì impetuosamente dall’aula.»
Gli scolari capirono d’averla fatta grossa. Entrò intanto il Preside, che meravigliato e indignato disse loro chi era l’uomo al quale avevano fatto quella villana accoglienza (sarebbe stato meglio l’avesse detto prima): ed essi mortificati chiesero come potevano rimediare. Fu stabilito di eleggere subito una commissione, della quale il Dall’Olio, come il più giovane, doveva essere l’oratore, che, guidata dal Preside, si recò nella sala dei professori, dove il Carducci era ancora. «Al vederlo tutto accigliato e fiero, dice il Dall’Olio, io fui vinto dalla soggezione, e balbettai a mala pena qualche parola; ma il Preside parlò per noi, e il Carducci, burbero benefico se mai ve ne furono, intese ciò che non gli avevamo saputo dire, e ci perdonò di gran cuore, assicurandoci che presto avrebbe ripreso le sue lezioni.»
I giovani aspettarono con grande impazienza la ripresa delle lezioni, che furono poche, perchè presto arrivò il nuovo titolare: «ma quale traccia incancellabile, scrive il Dall’Olio, non lasciarono esse nell’animo nostro, e quanta ammirazione non ne ritraemmo per quell’omino, che da principio avevamo così male accolto!»
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Nelle vacanze autunnali del 1865 il Carducci venne a Firenze, dove io ero già tornato da alcuni mesi con la famiglia. Avevo presa in affitto una villetta sul Mugnone alle falde di Fiesole, che fu, finchè io vi restai, il ritrovo de’ pochi amici rimasti dopo il 1859 a Firenze, e di quelli che, come il Carducci, di tratto in tratto vi capitavano: c’erano Francesco Donati e Giulio Cavaciocchi. Ai vecchi se ne aggiunse uno nuovo, Pietro Risi, che ho già nominato, col quale io era da qualche tempo in relazione amichevole per la collaborazione di lui alla Rivista. Appena arrivato a Firenze, ai primi di Settembre, legò subito stretta amicizia col Carducci, col Donati e con me. Di carattere gioviale, franco ed aperto, amante del lieto conversare, ch’ei sapeva tenere sempre desto, e trovandosi all’unisono col Carducci e con me nelle opinioni letterarie filosofiche e politiche, egli fu l’anima dei nostri amichevoli ritrovi in quei dolci mesi di settembre e d’ottobre. Oh le belle passeggiate a Fiesole, in quelle domeniche piene di sole, parlando di libri vecchi e nuovi, di edizioni rare, del nuovo giornale l’Ateneo che stavamo per fondare, discutendo di erudizione, di poesia, di politica, dicendo male dei romantici, dei moderati, del governo, inventando la società di Calandrino!
Io che avevo pochissimi libri, in confronto dei molti che aveva il Carducci, provavo un gran piacere a regalargliene di tratto in tratto qualcuno che sapevo a lui caro. Egli pur essendo, in fatto di libri, il più ricco di tutti gli amici suoi letterati, ricco nella quantità e nella qualità, tutte le volte che andava a trovare qualcuno di loro, la prima domanda che faceva presentandosi era: Che libro mi regali oggi? E tutti sentivano il dovere di fargli il regalo di un libro. Una di quelle domeniche (me ne ricordo come fosse ieri), la domenica del 2 ottobre, in cui si festeggiava per la prima volta Calandrino, mentre facevamo la salita che dal Ponte alla Badia va a San Domenico, dissi a un tratto al Carducci: Sai? ti voglio regalare il Virgilio del Didot.[40] Il Carducci fece un salto e in segno di gioia gittò in aria il cappello, che andò a cascare di là dalla siepe in un campo. Durammo non poca fatica a raccoglierlo; poi ripigliammo, facendo i più matti discorsi, il cammino per Fiesole, mentre a casa si stavano facendo i preparativi per la festa. Al ritorno s’andò a cercare l’elitropia per il Mugnone, ed empiteci le tasche di sassi neri, che battezzammo per elitropia, se ne mise da per tutto, ma specialmente nei piatti dei commensali: e mentre si aspettava l’ora del desinare, si scrisse, collaborandovi tutti, il decreto che istituiva la società e la festa di Calandrino. Il decreto fu scritto parte dal Carducci, parte dal Risi: la parte più notevole e significativa di esso sono i considerando, nei quali era detto: esser debito di ogni nazione rendere onoranza a quelli uomini che più conferirono a fermarne la indole; Calandrino essere veramente quel che dicesi il tipo della stoltezza italiana, la quale pareva avere raggiunto a quei giorni l’ultimo termine della sua perfezione; mentre la nazione fu troppo larga di facili onoranze ad uomini di gran lunga men degni, lui essere stato sempre e al tutto dimenticato.... Perciò s’instituiva una società nel nome di lui, ed una festa annuale da celebrare in suo onore nel mese di ottobre nei luoghi fatti solenni dalla memoria dell’uom semplice e di nuovi costumi.[Vedi le note a pag. [498]] La parte principale, anzi sostanziale, della festa, era un banchetto, al quale ciascuno dei convitati dovea leggere o dire parole in prosa o in rima a gloria dell’eroe. Il Risi lesse un polimetro, il Donati una ballata, io una novella, il Carducci questo sonetto:
Buon dì e buon anno dea Domineddio