La pubblicazione del Poliziano, avvenuta, come abbiam visto, il 16 ottobre 1863, fece chiasso anche a Firenze. Vi fu chi lo chiamò lavoro spaventoso: fra i pochi intelligenti produsse, come doveva, un senso di meraviglia. A parte il discorso, importante per la dottrina, per la bontà e novità dei giudizi, era la prima volta che il testo di uno scrittore italiano usciva in Italia emendato secondo i dettami della moderna critica dei testi: e le difficoltà che l’autore aveva dovuto superare non erano poche nè piccole. E l’autore era sopra tutto un poeta; e a Firenze passava per un poeta scapigliato.
È veramente incredibile quanto il Carducci lavorasse in quelli anni. Nel 1862, oltre tutti gli altri lavori e studi di cui ho parlato, pubblicò non meno di tre volumetti della Collezione Diamante; le Poesie di Cino da Pistoia e d’altri del secolo XIV, ch’era venuto preparando, come già dissi, fino dall’anno innanzi, i Canti e Poemi di Vincenzo Monti (due volumi), pei quali non ebbe il tempo o l’opportunità di scrivere il saggio che aveva divisato. Mentre stava ultimando il Poliziano, preparò, pure per la Collezione Diamante, la traduzione del poema di Lucrezio fatta dal Marchetti, nella quale, contro la sua aspettazione, ebbe da fare moltissimo, e che pubblicò nel 1864. Nel maggio era al sesto libro, e mi scriveva: «Mi confermo sempre più per l’esperienza nell’opinione che in Italia non v’è un testo di classico condotto, non dico bene, ma passabilmente da capo a fondo.»
Contemporaneamente attendeva a due altri lavori gravi e ponderosi, una raccolta dei Canti carnascialeschi per un editore di Milano, ed una di Ballate per la Collezione di antiche scritture italiane inedite o rare fatta dal Nistri di Pisa sotto la direzione di Alessandro D’Ancona. A proposito dei quali mi scriveva: «Ho finito di mettere insieme il primo volume dei Carnascialeschi, e sono a metà del secondo: forse la parte più difficile è passata. Preparo il secondo volume delle Ballate per il D’Ancona; il secondo che sarà il primo stampato e conterrà: 1º Tutte le Ballate del Medici, riviste su i codici ec. (alcune inedite; molte stampate ma senza nome); 2º Tutte le Ballate del Poliziano; 3º Tutte le Ballate del Giambullari, una del Pulci, e qualche altra di qualcuno dei più famosi contemporanei del Medici. Il primo dee contenere quelle del Sacchetti e degli altri trecentisti della seconda metà e dei primi quattrocentisti: il terzo quelle del Giustiniani e di altri non toscani: il quarto le anonime; molta roba inedita e rarissima.»
Lavorava, lavorava, ma non aveva fretta di stampare. I disegni di pubblicazioni di lavori originali, sia di verso, sia di prosa, si succedevano, si modificavano, e poi restavano lettera morta; cioè no, restavano materia viva, che aveva bisogno di essere meglio maturata e lavorata, prima di diventare opera degna, secondo l’autore, di vedere la luce. Nei tre anni dopo il 1860 e nei quattro che seguirono fino al 1868, il Carducci non pubblicò oltre i quattro già indicati, che due altri volumetti della Collezione Diamante, il Lucrezio del Marchetti nel 1864, e le tragedie del Monti nel 1865; poi un volumetto di poesie di Matteo Frescobaldi nel 1866 (Pistoia) e tre sole poesie originali, l’Inno a Satana, Il Carnevale, e l’ode Agli amici della Val Tiberina, della quale parlerò più avanti.
L’Inno a Satana fu stampato, in piccolissimo numero d’esemplari fuori di commercio, nel novembre del 1865 a Pistoia, con in fronte il nome di Enotrio Romano, che il Carducci prese allora per la prima volta. E lo conservò fino alle prime Odi barbare, ma aggiungendovi dal 1871 in poi il suo nome vero, messo or l’uno or l’altro dei due fra parentesi.
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Oltre i lavori dei quali ho fatto parola, collaborò negli anni dal 1863 al 1865 alla Rivista italiana, come già accennai, e nel 1866 all’Ateneo italiano che a quella successe, mandando all’una e all’altro articoli, quasi tutti d’erudizione e di critica, alcuni dei quali (i più brevi) sono raccolti nella prima serie di Ceneri e faville.
La Rivista fu fondata nel 1860 a Torino dal ministro Mamiani, o coll’assenso e l’aiuto di lui; e s’intitolò da prima Effemeride della pubblica istruzione. Ne ebbe la direzione Luigi Ferri, allora Segretario particolare, o, come oggi dicono, Capo di gabinetto del Ministro. Quando al Mamiani successe il De Sanctis, e questi prese per suo segretario Cesare Donati, la direzione della Effemeride passò a lui; che, dopo qualche tempo, quando il titolo del giornale era già mutato in quello di Rivista italiana con le effemeridi della pubblica istruzione, mi pregò di scriverci ed aiutarlo nella compilazione. A poco a poco, non saprei dir come, la Rivista rimase interamente nelle mie braccia; ed io, quando nel 1865, col trasferimento della capitale, dovei tornare a Firenze, la trasformai nell’Ateneo italiano, che cominciò le sue pubblicazioni nel gennaio del 1866 e le terminò col finire dell’anno. Erano fra i collaboratori della Rivista, e poi dell’Ateneo oltre il Carducci, il Teza, il Comparetti, il D’Ancona, ed altri; uno dei più operosi Pietro Risi, allora professore al Liceo d’Alessandria, uomo di vivo ingegno e di molta dottrina.
Nel gennaio del 1865, rispondendo, con lettera del 14, ad alcune proposte mie di articoli per la Rivista, il Carducci mi scriveva: «Le condizioni che mi proponi mi tornano: ma l’impedimento è nelle moltissime brighe che mi si sono addensate intorno quest’anno. Figurati che fra le altre mi han fatto consiglier di reggenza: non si sa che cosa abbia a consigliare. Figurati che mi hanno appioppato la supplenza di lettere italiane al Liceo; o meglio me la sono appioppata da me, lasciandomi vincere alle strettissime istanze. E poi mi bisogna finir presto lo scritto intorno le rime di Dante,[38] per cui mi sono impegnato col Cellini. E poi ho da rivedere stampe del Monti e del Rucellai. E poi ho le lezioni. Vedi se potrei, esser di più caricato. Nonostante ho messo mano a un articolone in forma di lettera a te, intitolato: Appunti su la poesia popolare italiana del secolo XIII; e vedrò di finirtelo presto.» L’articolo, o meglio gli articoli vennero soltanto verso la fine di febbraio e furono pubblicati nei fascicoli della Rivista del 6 e 13 marzo, con questo titolo: Della lirica popolare italiana del secolo XIII e XIV e di alcuni suoi monumenti editi o trovati ultimamente (da lettera a G. Chiarini).[Per gli altri scritti pubblicati dal Carducci nella Rivista, vedi le note a pag. [497]]
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