Tornato a Bologna si recò nel settembre a Firenze per attendere al lavoro del Poliziano. Era addolorato e indignato per il tristo episodio d’Aspromonte, dove il governo italiano aveva dato prova anche una volta d’insipienza e di viltà; e a Firenze, in Riccardiana, con innanzi il codice del suo poeta, e a lato le bozze di stampa, cominciò l’ode Dopo Aspromonte, dove sono le terribili strofe contro Napoleone III, che nella prima edizione delle Poesie (Barbèra, 1871) furono omesse, e la finì la sera in una camera che aveva in affitto. Mandandomela il 12 ottobre, avvertiva: «Bada, e’ fu scritta in poche ore. Dunque chiedo perdono di parecchie strofette e di molte frasi ineguali, per non dir peggio. Ma lirica e’ mi par che ve ne sia.» Le correzioni che poi vi fece pubblicandola non furono molte nè gravi.

Nel febbraio del 1863 compose e pubblicò in un giornale di Firenze La gioventù (anno III, n. 3) la poesia Il Carnevale, che allora chiamò Idillio: ma non era finita, e il poeta vi aveva scritto in fine: Il seguito a quest’altr’anno. Il seguito venne invece cinque anni più tardi, nel 1868: e allora la poesia fu ripubblicata intera in un giornale di Bologna L’amico del popolo, che ne fece anche cento estratti. La parte aggiunta fu l’ultima, Voce di sotterra.

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Ai 21 di marzo dello stesso anno 1863 nacque al Carducci la seconda figliuola, cui mise nome Laura. Me ne dava notizia pochi giorni dopo, scusandosi dell’avere per quella ed altre ragioni tardato a scrivermi, e del non mandarmi ancora un articolo che io aspettavo da lui per la Rivista italiana.[37]

In quei primi anni della dimora del Carducci a Bologna ci scrivevamo lunghe e frequenti lettere, ragguagliandoci dei nostri studi, dei libri che comperavamo, di quelli che andavamo leggendo. Con la lettera, che mi portava la notizia della nascita della Lauretta, l’amico mi parlava di alcuni scritti del Giordani, che aveva letto o riletto in quei giorni. «Che meraviglia di stupenda scrittura quella del Peccato impossibile! Ben poche pagine di Voltaire son degne di starle a fronte: ma solo di lui. E che grande e splendido e terribile nemico di tutti i vili nemici del genere umano era quel Giordani: il solo veramente libero degli scrittori italiani moderni. E come scrittura, e come pensiero, e come opera, io vado pazzo di quel Peccato. Oh quanto avrei pagato che tutti i vescovi e arcivescovi avesser dato noia al terribile piacentino, e che egli avesse fatto a tutti una scrittura come è questa e quella al Sanvitali!» Alcuni giorni dopo, per sollevarsi dai faticosi studi di erudizione, rileggeva il Cavalca. «Non parmi vero di sdraiarmi, leggendo, per rimedio alle tante offe di stile pedantesco o accademico o gotico che mi tocca ingoiare, qualche bella pagina di prosa (rileggo il Cavalca, di cui ho acquistato tutte le opere, e che mi è sempre più mirabile, o, per dir meglio, miracoloso: parmi il Canova della prosa. Rileggi, ti prego, la Vita di Sant’Antonio e quella di Sant’Apollonio, e stupisci a tanta potenza di stile di quel povero stolto fratacchione).»

Ai primi d’ottobre andò a Firenze per dare l’ultima mano alla edizione delle poesie italiane del Poliziano, e finire il discorso d’introduzione. Il 15 mi scriveva: «Oggi è stampato l’ultimo foglietto di conchiusione del Poliziano; e domani a sera saran pubblicate le prime copie.» Con la medesima lettera mi mandava l’Inno a Satana, composto in quei giorni, o meglio nella notte di uno di quei giorni, per leggerlo il giorno di poi in un pranzo d’amici a Monte Asinario, al quale assistevano, fra gli altri, Luigi Billi e Alessandro D’Ancona. Mandandomelo, mi faceva le stesse avvertenze che per l’ode Dopo Aspromonte: «È inutile ch’io segni al tuo giudizio le molte strofe tirate giù alla meglio per finire, nelle quali è il concetto dilavato, ma non la forma. Bisogna tornarci su, su questa poesia, e con molta attenzione. Ma nonostante mi pare che pel concetto e pel movimento lirico io possa contentarmene. Dopo letto, ricorda che è lavoro di una notte.» Anche le correzioni fatte poi all’inno non furono molte nè sostanziali.

A me parve subito allora, e pare anche oggi, che l’ode Dopo Aspromonte e l’Inno a Satana segnassero un progresso notevole nell’arte poetica dell’autore, non solo quanto al modo di concepire, ma anche quanto alla forma, appunto perchè l’autore nella foga della ispirazione non si era troppo preoccupato di essa. Questa preoccupazione venne dopo, e non fu male: oramai le poesie erano quello che dovevano essere: e chi poteva dire leggendole che il poeta, per comporle, avesse studiato in Omero e Virgilio, in Dante e nell’Ariosto? Qualche lieve preoccupazione della forma si sente invece nel Carnevale, che tuttavia per il concetto e per una maggior libertà e sicurezza di esecuzione in confronto alle poesie degli anni innanzi, è degna di stare accanto alle odi Dopo Aspromonte e Satana e prenunzia con esse il poeta dei Giambi ed Epodi.

Dopo le poesie politiche del 1860 il Carducci era stato quasi tre anni senza pubblicare versi; e quando pubblicò il Carnevale, poi se ne pentì. Ma abbiamo visto come in quei tre anni egli, pur non scrivendone che di rado, immaginasse continuamente poesie: e (cosa singolare) fra le poche che scrisse non c’era propriamente nessuna di quelle che aveva pensate. In quei tre anni il suo tempo fu quasi tutto occupato negli studi di erudizione, di critica e di filologia per le lezioni e per il Poliziano: se non che in mezzo a tali studi le concezioni poetiche fiorivano come nel loro terreno naturale. Ciò potrà parer singolare a quelli che ancora credono che il poeta debba essere un ignorante, ma non parrà a coloro che invece sanno che la dottrina e la critica vere sono non solo due grandi aiuti, ma due grandi fonti di ispirazione poetica all’uomo di genio.

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Nelle lezioni dell’anno accademico 1862-63 e dei seguenti il Carducci seguitò ad occuparsi, come già mi aveva annunziato, del Petrarca e di Dante, ai quali poi aggiunse il Boccaccio. Il pensiero suo fin dal principio fu di studiare a fondo, per una serie di anni, la storia del gran triumvirato letterario italiano, cioè la storia dell’arte e del pensiero in Italia nel grande e glorioso trecento, come diceva lui; e questo studio lo fece come non era stato fatto mai, come non poteva esser fatto da altri che da lui. Il 13 gennaio 1863 mi scriveva: «Ora sono occupato tutto tutto nel duecento e trecento della letteratura italiana; tutto tutto; e non mi rimane ora libera.... Mentre metto insieme gran materia per un corso di lezioni dal 1183 al 1268, che comincierò venerdì, seguito l’illustrazioni delle cose migliori del Petrarca in confronto a Dante. Caro Beppe, non so quanto pagherei tu fossi a sentire alcuna mia lezione d’illustrazioni sulle canzoni del Petrarca: credi che le faccio con amore indicibile, e con una diligenza così sottile, che non trovo da rimproverarmi per ora. Sono intorno alle tre canzoni su gli occhi: e sono sempre più innamorato del mio gran Petrarca, il quale nel fatto dello stile mi riesce perfetto.»