Pianta le insegne italiche

Di Roma tua su i mal vietati spaldi,

Guida tonando a l’Adige

La secura virtù di Garibaldi.

Il perchè della mutazione è facile a capire: dopo l’8 gennaio, giorno nel quale fu compiuta e mandata a me la poesia, il poeta aveva a poco a poco perduta la fede nella monarchia come atta a compiere l’unità della patria: e quando la pubblicò si era apertamente staccato da essa.

Non era passato ancora un mese dall’8 gennaio, e il Carducci mi scriveva: «Udisti, frate, le dimostrazioni toscane sobillate dal Ministero, che movono al grido di Viva il papa? Ah vergognosa Italia ricasoliana! Ah sozza e laida e brutta plebaglia rinfantocciata diplomaticamente! Viva il papa nel 1862! Dopo Alfieri, Giordani e Leopardi, Viva il papa! Viva il papa non re. Ma anzi come papa, come prete è sempre più detestabile.... Io credo che i popoli non debbano mentir mai: grideranno Viva il papa per un fine che non sarà ch’e’ viva: ma cotesto grido in bocca de’ figliuoli e dei nepoti delle migliaia di vittime fatte dal grande assassino cattolico è osceno.... E credi tu che s’andrà a Roma? Le son baie. A Roma non si va che con la rivoluzione.»

Si aggiunga a ciò la cessione di Nizza e Savoia alla Francia, il modo indegno col quale il Governo e il Parlamento avevano trattato Garibaldi ed i suoi dopo la gloriosa guerra che aveva riunito all’Italia le provincie meridionali; si aggiungano finalmente le repressioni armate a Sarnico ed Aspromonte delle spedizioni garibaldine tendenti a liberare Venezia e Roma; e si intenderà facilmente come al Carducci ciò che nel Re e nel Governo era prudenza politica, per paura di compromettere le conquiste già fatte, sembrasse tradimento della patria.

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Egli mulinava sempre poesie: era questo un vero periodo d’incubazione: i pensieri e belli e grandi gli affluivano in copia alla mente; ma non si sentiva sicuro del modo di esternarli, e si proponeva di mettersi tutto, per istudio di stile, su Omero e Virgilio, su Dante e l’Ariosto. Il 16 maggio mi scriveva: «penso e immagino e fantastico e invento sempre, stancandomi proprio solo nei pensieri: onde se, aggiuntavi la vita romita e il non potere sfogarmi con nessuno e lo studio in cose faticose, non impazzisco, è gran meraviglia della mia costituzione.» Oltre quelle accennatemi precedentemente, aveva immaginato tre nuove poesie liriche: Alla Grecia, Gli Slavi, La Polonia; poi un Epodo satirico, a ecloga, L’Arcadia nuova, per isfogarsi contro i nuovi Arcadi politici e letterari; poi una serie di canti, con intenzione più larga e universale, contro la società com’è costituita ora; poi una serie d’Idilli storici; finalmente un dramma, per rappresentare la prima rivoluzione democratica di Firenze, Giano della Bella. «Tutte queste poesie, mi diceva, eccetto il dramma, che non ho maturato bene, le ho fatte tutte, le ho divise nelle loro strofe ec. Quel che manca è la potenza di esprimerle.» Alla stampa di un volume di scritti in prosa per ora non pensava più; cioè non pensava più al primo disegno, perchè già ne avea in mente un altro. Il Barbèra stava per cominciare la stampa dei poemi del Monti, ai quali egli voleva premettere un Saggio su l’ingegno e l’animo del mio buono, diceva, e coglione Vincenzo. Scritto questo discorso e fatta l’edizione, cui allora pensava, del Berchet, si proponeva di comporre un libro in prosa (nel quale avrebbe raccolto, rinsanguandole, parecchie delle prefazioni e dei discorsi già fatti) con questo titolo: La rivoluzione e la poesia in Italia dal 1764 al 1848; e me ne spiegava a parte a parte il disegno. La sua mente era, come si vede, in continua ebullizione.

Ai primi di luglio venne, come aveva promesso, a trovarmi a Torino; andai a prenderlo alla stazione, ed egli discese dal treno tenendo sulle braccia alcuni volumi della prima edizione dei Misérables di Victor Hugo, che avea portati con sè per seguitarne e compierne la lettura durante il viaggio e nei giorni che sarebbesi trattenuto a casa mia. Il capo degli amici pedanti, che leggeva e rileggeva, per istudio di stile, Omero e Virgilio, Dante e l’Ariosto, non viveva fuori del mondo, non si chiudeva tutto nello studio degli antichi e nelle ricerche d’erudizione; la sua mente e il suo cuore erano aperti a tutte le voci della vita, a tutte le manifestazioni dell’ingegno umano, da qualunque parte venissero; e di lì a qualche anno si vide quale influenza avessero sopra di lui le opere di Victor Hugo.