Nel secondo anno (1861-62) ebbe regolarmente inscritti alle sue lezioni sei scolari, e trattò in esse del Petrarca, cominciando dal narrarne la vita e i tempi. «Per ora, anzi per molti anni, mi scriveva il 22 dicembre 1861, non voglio nelle mie lezioni uscir mai da Dante, Petrarca e Boccaccio: poi, studiati bene i gran fondamenti e le colonne, passeremo agli architravi e alle parti del tempio.» Oltre gli scolari, aveva anche degli uditori; e fino dai primi di quel secondo anno cominciò a vedere l’effetto miracoloso che la sua parola faceva in essi: parecchie volte alla fine di un sonetto o di una stanza del poeta da lui illustrata, gli uditori uscivano spontaneamente in un fremito d’assenso e di piacere. «Questo deriverà, diceva, dal grande affetto di che mi riscaldo leggendolo e sviscerandolo: ma più certo dalla bellezza sovrana di quei versi, che, più li studio, più mi paiono divini. Alle bestie che ragliano su Messer Francesco canonico strame e mazzate.»
Io debbo farmi forza per non lasciare più spesso la parola al Carducci quando parlo delle sue lezioni. Nelle lunghe lettere ch’egli mi scriveva in quegli anni versava tutto sè stesso, tutta l’esuberanza d’idee che gli studi ostinati e profondi facevano sbocciare dall’ingegno caldo e fremente; e niente meglio di quelle lettere potrebbe spiegare l’influenza grande che l’insegnamento suo ebbe d’allora in poi sulla gioventù che accorreva alla sua scuola. Facendo lezione, egli iniziava i suoi scolari alla intelligenza delle sue poesie e delle opere con le quali doveva poi illustrare tutta la letteratura italiana. In lui il professore, l’erudito, l’artista, il poeta erano una cosa sola, erano cioè quattro faccie diverse della stessa persona, ciascuna delle quali completava le altre.
Checchè egli mi scrivesse, il pensiero della poesia non lo abbandonava mai; e la poesia che più spesso e più forte allora lo tentava era la politica. L’8 gennaio 1862, lamentandosi del mio silenzio, mi scriveva: «Vediamo se, mandandoti un’ode di 32 strofe, rispondi»; e mi mandava l’ode Nè primi giorni del 1862, che aveva intenzione di pubblicare subito. Il momento sarebbe stato opportuno; ma sulla fine del mese stesso aveva mutato pensiero; e abbandonata anche l’idea di pubblicare in quell’anno una raccolta di scritti in prosa, pensava invece di fare nell’estate o nell’autunno «una edizioncina di Rime (io rimatore, a dispetto di tutti i menestrelli che stampano POESIE, oggi che neppur Domeneddio saprebbe più creare (ποιειν), LIRICHE oggi che lira vuol dire svanzica o franco, CANTI oggi che non cantano se non che i merli e gl’istrioni, serbo il titolo di Rime).» Aveva in animo di ristampare alcune di quelle del volumetto sanminiatese, ed aggiungerne delle nuove, tutte politiche.
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Sappiamo da lui stesso che in quei primi anni bolognesi il Carducci non praticava nessuno, nemmeno dei suoi colleghi dell’Università, ad eccezione del Teza; onde la evoluzione delle sue idee politiche, che appunto allora stava facendosi, si fece unicamente per opera degli avvenimenti pubblici e delle riflessioni e dei ragionamenti che questi gli suggerivano. Nel 1859 egli aveva, come tutti gl’italiani che volevano la liberazione dagli stranieri e l’unità della patria, accettato la monarchia di Vittorio Emanuele, anzi presa per essa una caldana, che, com’egli medesimo disse, non potè durare, perchè logicamente la monarchia costituzionale è un’assurdità, praticamente una immoralità; e perchè Governo e Parlamento fecero e fanno di tutto perchè gli animi retti ed onesti prendano in aborrimento quella forma ibrida di governo. Ma fino ai primi del 1862 egli non si era staccato del tutto dalla monarchia: n’è prova questa strofe della poesia che allora mi mandò. Il poeta, rivolto alla Libertà, le dice:
Pianta le insegne italiche
Di Roma tua sui mal vietati spaldi;
Guida all’Isonzo e all’Adige
Il tuo fedel Vittorio e Garibaldi.
La poesia fu però stampata soltanto nel 1871 e ridotta da 32 a 23 strofe, fra le quali manca questa che ho riferito: essa ricomparve nella edizione definitiva dei Levia Gravia, ove le strofe crebbero fino a 28, ma ricomparve mutata così: