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Agli ultimi di luglio il Gargani, allora professore al liceo di Faenza, andò a Bologna a trovare il Carducci, e a’ primi di agosto partirono insieme per Firenze, dove nel settembre li raggiunsi anch’io da Torino. Passammo insieme lietissimi giorni. Il Gargani era raggiante di gioia, perchè promessosi sposo di una giovine, sorella d’un amico comune: e noi eravamo tutti contenti del vederlo così felice. Ma, tornati nell’ottobre ciascuno alla propria dimora, la mattina del 24 ricevei una straziante lettera del Gargani, il quale mi annunziava che la sua donna lo aveva abbandonato, ch’egli era corso immediatamente a Bologna, a casa del Carducci, e che questi partiva quella sera stessa per Firenze a chiedere ragione per lui. Il Carducci andò e tornò e non potè che consigliare l’amico a darsi pace. Lo rivide ai primi di dicembre in Bologna, poi nel febbraio del 1862 a Faenza, e gli parve di trovarlo consolato. Se non che il 19 del mese stesso una lettera da Faenza gli annunziava che il Gargani era malato gravemente: corse subito e passò quasi intere due settimane al letto dell’amico, ragguagliandomi quasi giorno per giorno degli alti e bassi della malattia, la quale lasciava per allora poca speranza. La speranza venne alla metà del mese di marzo; e il Carducci tornò a Bologna, ove seguitò a ricevere per alcuni giorni notizie consolanti. La mattina del 29 un dispaccio lo avvisò di un improvviso peggioramento: tornò a Faenza e trovò l’amico in agonia, che non potè riconoscerlo. Mi scrisse subito: la lettera terminava: «Ecco un’altra pagina, e delle più belle, della storia della vita finita.» La memoria del Gargani durò sempre viva nell’animo del Carducci. Scrisse allora un breve ricordo dell’amico, che fu pubblicato in un giornale fiorentino, Le Veglie letterarie; fece di lui menzione con questi versi nella poesia che chiudeva i Levia Gravia nella prima edizione e li apriva nell’ultima:
O ad ogni bene accesa
Anima schiva, e tu lenta languisti
Dall’acre ver consunta e non ferita:
Tua gentilezza intesa
Al reo mondo non fu, che la vestisti
Di sorriso e di sdegno; e sei partita:
ne parlò a lungo nel capitolo III delle Risorse di San Miniato al Tedesco, pubblicate la prima volta nella seconda serie di Confessioni e Battaglie (Roma, Sommaruga, 1883). Diceva cominciando: «G. T. Gargani morì d’amore e d’idealismo in Faenza il 29 marzo 1861», e finiva: «Domani è il giorno dei morti. O amico, che giaci muto e freddo nella fossa di Romagna, a te certo non spiace che io rinnovelli ancora per un poco la memoria delle nostre estati fiorentine.»
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