Aveva preso per argomento alle lezioni, che volea cominciare il 15, la letteratura in Italia avanti Dante, e mentre andava preparandosi mi scriveva: «Io sono dietro ai pesanti studi di erudizione: i quali costringendomi a cercare tanti libri scritti male e molti francesi, e molti d’ignobile modernità, finiranno con lo spegnere in me quel pocolino di gusto che avevo preso, e col cancellarmi quel pocolino di lingua che avanti i ventitrè anni avevo imparato.» Queste paure, interamente vane, mostrano però come, anche in mezzo agli studi d’erudizione, il sentimento dell’arte non lo abbandonasse mai.
Il 22 gennaio 1861 aveva fatto già cinque lezioni, che a lui naturalmente parevano poche. E mi scriveva: «Gran calca alla prolusione: molta gente alla prima lezione, specialmente giovani, che mi piaceva: ora da ultimo quasi nessuno, perchè la lezione di diritto commerciale messa su ultimamente mi toglie tutti i giovani: uditori di fuora ne vengono pochi, chè non se la dicono gran fatto cogli studi: tanto che stamane, che mi toccava, non ho fatto lezione, perchè gli ascoltanti eran solamente tre.... Parlo delle origini della letteratura italiana. E parendo a me che facciano cosa molto irragionevole quegli storici e critici che ci danno a un tratto la lingua e la letteratura come fatta, che ci dicono finita di subito l’antichità col 476 in cui cadde l’impero, ho trattato nelle prime quattro lezioni delle ragioni che erano già negli ultimi tempi della letteratura latina per l’esistenza di una nuova letteratura.» La lettera seguitava esponendo il contenuto e lo spirito di queste prime lezioni, e le pazienti e faticose ricerche che aveva dovuto fare per raccogliere, quasi tutto da sè, il materiale. «Nella seconda parte del corso, ripigliava la lettera, andando dalla caduta alla restaurazione dell’impero, da Odoacre a Carlo Magno, andrò penosamente cercando tutti i testimonii che m’affermano la conservazione dell’arte e del pensiero romano in Italia, e ordinandoli e cavandone altre deduzioni. Poi, da Carlo Magno al sorgere dei comuni andrò studiando la formazion della lingua (storicamente) e le origini della rima: dal sorgere dei comuni alla morte di Federigo II studierò i monumenti della letteratura. Due lezioni preparerò che non saranno volgari, Omero e Virgilio nel medio evo.»
Mentre lavorava così per il corso all’Università veniva terminando il volumetto delle Poesie di Gabriele Rossetti per la Collezione Diamante del Barbèra, che uscì in quello stesso anno, scriveva un saggio sullo Scalvini, pensava ad una biografia del Leopardi per la Galleria contemporanea dello Stefani, e mandava innanzi di tutta forza il grave lavoro della edizione delle Poesie italiane del Poliziano. Aveva bisogno di lavorar molto e di guadagnare, per rimettersi delle gravi spese che gli era costato il trasferimento. E lo cruciava il pensiero che questi lavori gl’impedivano di attendere alla poesia ora che gli pareva che forse in quella avrebbe potuto fare qualcosa.
«Del Poliziano, diceva la lettera, ho già mandato a stampare la Giostra e parte del comento, sul quale seguito a lavorare di gran lena; e benchè abbia ristretto il disegno, che a principio era cosa di erudito secentista, grave per me, noiosa e inutile agli altri, ne son contento. La vita del Leopardi non ho anche incominciata: ho quasi finito il saggio su lo Scalvini, in cui vi sono parecchie cose acerbe, ma dette freddamente, contro la letteratura odierna. Del resto annaspo di molto: vedremo se poi saprò tesser nulla. Studio e leggo sempre sempre sempre: non ho fatto conoscenza con nessuno, non vo da nessuno. Non vo più neppure al caffè, nè piglio più ponce: sto sempre solo o col Teza. Scrivo quasi tutto il giorno; oltre lo scrivere leggo di latino e studio di greco; in due settimane mi sono ingollato la Elettra di Sofocle, e sei libri di Virgilio, ho corretto il testo delle Stanze, e scritto il comento a cinquantasei. Tu vedi che lavoro. Alla poesia non so quando tornerò, ma vorrei fare una canzone sul monumento a Giacomo Leopardi, finir l’ode alla libertà, fare un canto in terzine su Roma, un’ode La plebe. Ma ho gran paura che non mi riesca più far versi. Perchè l’idea in mente l’ho troppo grande; e fargli come gli ho fatti fino ad ora non sarei contento.... Vedi, amico mio, vedi se questa è superbia smisurata. Ma forse, più che superbia, è amore di quest’arte degli Dei, contemplando la quale viverò e morirò, già che acquistarne il magistero non posso.»
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Nel febbraio stava già preparando, come accennai, il volumetto delle Rime di Cino e d’altri del secolo XIV, e si raccomandava agli amici di Firenze per aver notizie e riscontri sui codici. Il 4 di giugno, tornando, richiamatovi da me, sull’argomento della poesia, mi scriveva: «Di me che ho a dirti? che mulino sempre poesie in testa, e non scrivo mai un verso: per verissimo timore anzi disperazione che il fatto non risponda all’idea mia. Pur un giorno qualche cosa scoppierà: e o sarà un fiasco orribile, e allora addio alla poesia, o sarà qualche cosa.... Se in quest’anno mi riesce comporre o finire l’ode alla libertà, l’ode sulla plebe, un canto di versi sciolti su i Martiri ec., la canzone per un monumento a Giacomo Leopardi, una (la chiamo così per ora, non sapendo esprimermi altramente) marsigliese italiana per le future battaglie, e una canzone su la Poesia; stampo allora un libretto di poesie fra vecchie e nuove, con le quali chiudo il periodo giovanile. E dopo penso a scriver poemi. Poemi? Sì signore, poemi filosofici: Prometeo ec. ec.» Quanto alle lezioni diceva: «Le mie lezioni finiscono giovedì, se pur son cominciate mai veramente. E vedi! una delle poche consolazioni che oramai potessi avere, sarebbe far lezione di letteratura come intendo io a un uditorio come vorrei io, cioè vivente! perchè in verità sento che per questo ci sarei fatto.» Questo uditorio vivente, che allora gli mancava, ebbe, come vedremo, il merito di crearselo, nel giro di pochi anni, da sè.
La marsigliese italiana ch’egli andava meditando dice chiaro come, anche in mezzo ai gravi studi d’erudizione per preparare i corsi universitari, il suo primo pensiero fosse sempre la patria. La miracolosa impresa di Garibaldi, che, liberato in pochi mesi dal Borbone la Sicilia e il regno di Napoli, presentava l’8 novembre 1860 a Vittorio Emanuele i plebisciti di quelle provincie, aveva aperto alle più grandi speranze gli animi di tutti coloro che affrettavano col desiderio la compiuta liberazione d’Italia. Era possibile lasciare ancora Venezia in balía degli stranieri, Roma nel dominio dei preti? Licenziando i suoi volontari, Garibaldi non avea forse detto loro di tenersi pronti per le future battaglie? Il 18 febbraio 1861 si era aperto a Torino il primo Parlamento italiano, il 14 marzo Vittorio Emanuele era stato proclamato Re d’Italia; e pochi giorni dopo un voto del Parlamento proclamava Roma capitale del nuovo regno. Si doveva forse supporre che quel voto fosse un voto puramente platonico? E chi poteva non desiderare che l’acquisto di Venezia e Roma fosse l’opera del valore italiano?
Per allora le poesie che il Carducci andava mulinando non gli vennero fatte. Forse gli altri studi a cui per dovere attendeva non glie ne lasciarono l’agio; forse mancò la opportuna disposizione della mente; forse il pensiero non era al tutto maturo. Nel giugno la morte di Pietro Thouar e l’affetto grande ch’egli aveva a quell’uomo veramente egregio gli suggerirono una canzone, in cui egli volle cercare il semplice e il tenue, che si conveniva al soggetto, ma al quale la natura sua era poco portata; e la canzone riuscì, pur nell’affetto, un po’ fredda. Nel luglio scrisse due sonetti, A Giovanni Procacci (pubblicato nella prima edizione dei Levia Gravia, con le sole iniziali di lui nell’Indice[36]), ed Omero, e ne cominciò un terzo pure su Omero; fra il novembre e il dicembre compose sei strofe della Canzone In morte di G. B. Niccolini, che doveva seguitare coi grandi nomi del concetto romano, poi la caduta della Chiesa cattolica e il trionfo di Roma Italiana. Il Niccolini non era che un pretesto. Stampando per la prima volta quel frammento di canzone nella seconda edizione dei Levia Gravia, l’autore soppresse la prima strofe e metà dell’ultima.
L’idea di pubblicare in quell’anno 1861 un volumetto di poesie tra vecchie e nuove, nell’agosto era già tramontata, per la buona ragione che le poesie nuove non erano state composte. Invece gli era venuta l’idea di rimandare la stampa delle poesie a un altro anno, e pubblicare prima un volumetto di prose. «Tanto per ispigrirmi, diceva; perchè veggo bene che, se non faccio animo e rompo il ghiaccio, non farò mai nulla.» Le prose dovevano essere: Un sommario (filosofico) della storia letteraria d’Italia; i Discorsi d’introduzione al giornale Il Poliziano molto accresciuti, e parecchi saggi di biografia e critica storica e letteraria (Poliziano, Medici, Berni, Casa, Tassoni, Rosa, Chiabrera, Testi, Menzini, Metastasio), alcuni fatti, altri da fare.
Ma anche di questo disegno per allora e per un pezzo non ne fece niente: e fu bene. Seguitò a lavorare e a studiare; e nel lavoro e nello studio il suo forte ingegno venne sempre maturandosi e affinandosi, e accumulando materiali preziosi sì per le lezioni sì per le opere che doveva scrivere più tardi.