Il destro di collocare il Carducci in una Università non tardò a presentarsi al Mamiani; ma il Carducci non ci pensava più. Egli stava abbastanza volentieri a Pistoia, perchè vicina a Firenze: ma oh quanto avrebbe preferito Firenze stessa! Io lo sapeva, e il desiderio suo era anche il mio. Perciò ai primi d’agosto lo avvisai ch’era vacante al liceo fiorentino la cattedra di greco, e che io, allora impiegato al Ministero della istruzione, avevo già fatto pratiche per lui, e lo consigliavo di rivolgersi al Mamiani, perchè raccomandasse la cosa al Ricasoli, capo del governo toscano. Egli mi rispondeva il 10: «Avrei carissimo di tornare a Firenze, per più ragioni», e ne numerava quattro; la terza era: «per tornare a fare miei lunghi colloqui colle edizioni antiche e coi codici riccardiani e magliabechiani», e la quarta «per fare il giro ai barroccini di sotto gli Uffizi, e comprare gli amatissimi libri vecchi a poche crazie, o vuoi centesimi.» E soggiungeva: «A proposito: ma che farò io bene di scrivere a Mamiani? incomodarlo per sì piccola cosa?» La lettera terminava: «Oh i codici, i codici del Poliziano e dei poeti antichi in Riccardiana! Io li veggo: io li veggo: io li rivoglio.»
Scrisse al Mamiani, e il Mamiani gli rispose il 18 agosto, offrendogli la cattedra di eloquenza nell’Università di Bologna, e dicendogli: «Mi scusi del ricusare che fo di scrivere al Ricasoli per la cattedra in un liceo fiorentino.»[Vedi le lettere del Mamiani nelle note a pag. [492]]
CAPITOLO V. (1860-1871.)
Il Carducci a Bologna. — Il Carducci ed Emilio Teza. — La toga a mezzo. — La prolusione e le prime lezioni del Carducci all’Università. — Altri lavori. — Canzone in morte di Pietro Thouar. — Il Gargani promesso sposo. — Morte del Gargani. — Lezioni su Dante, Petrarca e Boccaccio. — L’ode Nei primi giorni del 1862. — Evoluzione del Carducci da monarchico a repubblicano. — Periodo d’incubazione poetica. — Nuovi volumetti della Collezione Diamante. — L’ode Dopo Aspromonte. — L’Inno A Satana e la pubblicazione delle Poesie italiane del Poliziano. — Lezioni all’Università dall’anno 1862-63 in poi. — La Rivista italiana e l’Ateneo italiano. — La Festa di Calandrino e un sonetto inedito del Carducci. — Custoza e Lissa. — L’ode Agli amici della Val Tiberina. — Mentana. — L’epodo per Odoardo Corazzini. — La sospensione del Carducci. — Pubblicazione delle poesie Levia Gravia. — Il primo periodo dei Giambi ed Epodi. — Le poesie nella edizione Barbèra.
Ai primi di novembre il Carducci faceva i preparativi per il trasferimento a Bologna, preparativi noiosi per tutti, noiosissimi per lui, che non ebbe mai attitudine e pazienza a simili faccende. Intanto veniva pensando alla prolusione, alla quale aveva scelto per soggetto: «Delle diverse età storiche della letteratura italiana», ovvero «Introduzione alla Storia letteraria d’Italia»; e si arrabbiava dello stile, l’infame, l’iniquo, il traditore stile, diceva lui; molto diverso in ciò da certi scrittori odiernissimi, ai quali ogni profluvio di parole che scoppia loro dalla penna è lo stile nel quale essi si ammirano.
Il 6 di novembre mi comparve inaspettato in casa, portandomi il volumetto delle Satire di Salvator Rosa (nella Collezione Diamante) da lui annotate e fornite d’una prefazione, ch’egli chiama «la più elegante, academicamente parlando, delle sue prose», ed annunziandomi che tra qualche giorno partiva per Bologna; partiva solo; la famiglia sarebbe andata più tardi, quando egli avesse trovato casa. Partì difatti la mattina del 10; e la sera, arrivando, trovò ad aspettarlo all’ufficio della diligenza Emilio Teza, che, nominato anche lui professore in quella Università dal Mamiani, lo aveva preceduto di qualche giorno. Il Teza lo accompagnò quella sera stessa e la mattina dipoi a vedere la città, che gli parve dovesse piacergli ed essere consentanea ai suoi gusti. In quei primi giorni desinavano insieme, e passavano insieme di belle ore; e insieme risero molto alla solenne apertura degli studi, «dove, fra la calca dei canuti professori con toga stola e pileo erano per giovinezza e giubba e guanti bianchi spettabili» loro due. Il 23 mi scriveva: «Son dietro a ricopiare la prolusione; che rimpastata di diversi elementi è riescita pure non male (eccetto che per la dicitura), essendo una introduzione non tutta volgare alla storia letteraria d’Italia, e un programma degl’intendimenti che i classici veri portano nello studio di quella. Ma son determinato di non darla a stampare; perchè troppo v’è del discorso polizianesco (il discorso d’introduzione al giornale Il Poliziano), e perchè deve rientrare in un lavoretto che medito col titolo di Pensieri per introduzione alla storia delle lettere italiane; il quale però per gli amici non sarà nulla di nuovo.» Questo lavoretto diventò poi a poco a poco i cinque discorsi Dello svolgimento della letteratura nazionale.
Il Carducci e il Teza, che avevano riso de’ vecchi professori in toga, dovettero poi comprarsela anche loro, e se la comprarono a mezzo: «la toga coll’ermellino col bàtolo e colla coda e il berrettone quadro lungo con le frange intorno e una gran nappa in cima», che è cosa, mi scriveva il Carducci, «da non potersi descrivere: pel berrettone imagina la porta San Nicolò col suo torracchione in cima, e avrai un quidsimile.»
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La sera del 3 di dicembre gli arrivò la famiglia, con la quale si accomodò provvisoriamente alla meglio in una casa presso San Salvatore; di dove nel maggio dell’anno dipoi (il maggio a Bologna è il tempo degli sgomberi) andò ad abitare in Broccaindosso, una delle strade più umili della città. Quivi rimase fino al 1876. Nel 1876 si trasferì in Via Mazzini ad un ultimo piano del palazzo Rizzoli, proprio sotto il tetto; ed ivi stette per ben quattordici anni fino al 1890, nel quale anno tornò sulle mura Mazzini, nel quartiere di un villino, che abita ancora.[35]
Ormai i più grossi pensieri erano passati, ed egli si trovava quasi in ordine per cominciare le lezioni.