In quello stesso mese di dicembre, il giorno 12, gli era nata, di sette mesi, la prima figliuola, la Bice. Il lieto avvenimento fu festeggiato la sera fra pochi intimi. C’era, ricordo, il buon Silvio Giannini, che in quella occasione scrisse e fece stampare uno stornello, sfuggitomi dalla memoria e di fra le carte.
Nell’anno 1859 il Carducci pubblicò altri tre volumetti nella Collezione Diamante del Barbèra; Del Principe e delle Lettere dell’Alfieri, nel febbraio; Le poesie di Lorenzo de’ Medici, nell’aprile; e verso la fine dell’anno Le poesie di Giuseppe Giusti. Le distrazioni e le preoccupazioni della politica non gli avevano impedito di lavorare. «La prefazione alle Satire dell’Alfieri, scrive il Mazzoni, si era chiusa con le lodi a lui che bandiva primo l’impresa fatale a questa nuova generazione d’Italia, che più infelice e più debole dell’antica, pur doveva propugnarla fino a tre volte in meno di cinquant’anni; la prefazione alle Prose di lui fremeva tutta amore di libertà dalle prime parole alle ultime; che parlando del conte astigiano e del suo tribunato rinnovatore, squillavano non so se come minacciosi segnali d’assalto o come lieta fanfara della vittoria imminente.»[30] Nella prefazione invece alle poesie del Magnifico il Carducci non mise, sono sue parole, nè una scintilla dell’ardore che avvampava tutto e tutti. «Intesi, dice egli, a scagionare quanto potevo il Magnifico, e, contro le idee allora dominanti, a gittare i semi delle idee mie intorno alla significazione e al valore del Quattrocento e del Rinascimento, idee che poi svolsi in rime e prose audaci anche troppo.»[31] Quel discorso mostra come il giovine scrittore avesse fin d’allora vivo il senso della verità storica, così vivo ch’ei non seppe sagrificarlo mai a nessun altro, per quanto nobile, sentimento. Mentire al vero gli sarebbe parsa un’offesa alla patria. La prefazione alle poesie del Giusti fu, come dice il Mazzoni, «pur con le mancanze e le inesattezze allora inevitabili, la prima vera biografia e la critica prima del satirico toscano.»[32]
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Fra i 7 e gli 8 gennaio del 1860 il Carducci si trasferì con la famiglia a Pistoia, dove lo chiamava il suo nuovo ufficio. La legge che istituiva in Toscana i Licei uscì soltanto il 10 marzo. Uscita la legge, l’insegnamento del greco gli fu mutato in quello dell’italiano e del latino, e il greco fu dato a Raffaello Fornaciari. Oramai l’anno scolastico essendo più che a metà, e non potendosi modificare a quel punto i programmi d’insegnamento e gli esami, il Carducci, d’accordo col Direttore della Scuola, stabilì che per quello scorcio d’anno avrebbe fatto soltanto delle lezioni cattedratiche. Il 3 maggio (giovedì) mi scriveva: «Le mie lezioni incomincio sabato, anzi leggo la mia introduzione; la quale è troppo dotta per i dotti pistoiesi; ma è scritta male, per ciò solo sarà forse lodata.» E il 16 maggio aggiungeva: «Lessi la mia introduzione; già ho fatto quattro lezioni, con facilità e chiacchiera che mai ai miei dì m’avrei sognato d’averne cotanta.» E lamentavasi, scherzando, che non gli fossero pagati gli stipendi. «Quel che più monta, affedidio, di riscuotere il denaro delle nuove paghe e’ non si parla: ma io ho commesso a un cuoiaio o vaiaio che tu vogli più sacca e di pelle di lionfante, e ho ordinato le carra a ciò: tanta sarà la somma degli arretrati, quando verrà il cenno ch’e’ ci sien pagati: e forse ciò non vedrò de’ miei, ma il vedranno i miei figli, et nati natorum et qui nascentur ab illis.»
A Pistoia fece conoscenza con la Louisa Grace Bartolini, in casa della quale convenivano Giovanni Procacci, il Fornaciari e qualche altro professore del Liceo, i pochi cioè che in città si occupassero di lettere. Ci capitavamo anche il Gargani ed io e qualche altro amico di Firenze, quando s’andava a Pistoia a trovare il Carducci; ciò che per lui era sempre una festa.
Non ho bisogno di dire chi fosse la Louisa Grace, dopo ciò che di lei scrisse il Carducci nel discorso premesso alle Rime e Prose di lei, e ristampato nei Primi Saggi.[33] Mi basterà riferire qui le poche parole ch’egli nelle edizioni ultime delle Poesie pose in nota all’ode indirizzata all’egregia donna e composta in quel primo anno ch’e’ la conobbe. Dice la nota: «La Louisa Grace, nata in Bristol nel 1818, morì in Pistoia nel 1865. Quelli che solo abbian visto di lei le versioni dei canti di T. B. Macaulay e E. W. Longfellow e le Rime e Prose pubblicate dopo la sua morte dal marito Francesco Bartolini (Tipografia dei Successori Le Monnier, 1869 e 1870) non potrebbero ancora farsi un’idea giusta del suo ingegno, della dottrina in più lingue e letterature e dell’ancor più grande gentilezza e generosità dell’animo suo.»[34]
Il Carducci aveva cominciate appena le sue lezioni a Pistoia quando si sparse la notizia della spedizione di Garibaldi in Sicilia. Se, dopo la trista pace di Villafranca, gli animi degli italiani si erano a poco a poco risollevati per la unione della Toscana, delle Romagne e dell’Emilia alle antiche provincie, rimaneva ancora un gran problema da sciogliere, anzi due: Roma e Napoli; cioè il modo di riunire al nuovo regno d’Italia quella più che metà di esso che ne rimaneva ancora disgiunta. Qual cosa più atta a colpire le menti, a destare l’ammirazione e l’entusiasmo, che l’eroica impresa dei Mille? Il Carducci si sentì romper dal cuore le strofe vibranti e suonanti dell’ode Sicilia e la Rivoluzione; e appena finito di scriverla, venne a Firenze a farla sentire agli amici. Eravamo in pochi, non più di cinque o sei, radunatici a ciò in casa di Luigi Billi; e tutti applaudimmo freneticamente. L’odio pei decasillabi manzoniani era, come per incanto, scomparso dagli animi degli amici pedanti. La poesia ci rapiva, perchè in quel momento rispondeva al sentimento da cui tutti eravamo compresi. Non mi ricordo se fra i presenti alla lettura ci fosse il Padre Donati: ad ogni modo sono questi dell’ode Sicilia e la Rivoluzione i decasillabi pei quali il Carducci mi scriveva nel 1861 che il buon Padre Consagrata gli teneva il broncio.
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Nel gennaio del 1860 era stato nominato Ministro dell’istruzione a Torino Terenzio Mamiani. Fin dalle Rime di San Miniato e dai primi scritti di prosa del Carducci egli avea indovinato (come più di vent’anni dopo ebbe a scrivere) il genio profondo ed originale sortito da natura al giovane toscano. Diventato Ministro, pensò subito a lui, e il 4 di marzo gli scrisse: «La fortuna togliemi per il presente di poterle offerire una cattedra di eloquenza italiana in qualche Università, come porterebbe il suo merito»: e soggiungeva che gli sarebbe obbligato se intanto, come avviamento a salire più alto fra poco tempo, fosse disposto ad accettare una cattedra di liceo a Torino o a Milano. «Ad ogni modo, proseguiva, s’Ella non è contenta della presente sua sorte, ed io rimango consigliere della Corona, mi sforzerò di mostrarle la stima e l’amore in che la tengo.»
Il Carducci rispose il 21 ringraziando con viva effusione: non credere che per gl’interessi domestici gli sarebbe utile il trasferimento in Piemonte o in Lombardia, dove il vivere era più caro che non in Toscana; tanto più che l’officio suo a Pistoia era remunerato di tale stipendio, che può, diceva, bastare a chi si contenti del poco. «Ma quando, proseguiva, l’E. V. mi reputi idoneo a professare eloquenza o letteratura italiana in alcuna Università del regno, e gli si offra il destro di collocarmivi; io son disposto di accettare, sia nelle vecchie o nelle nuove provincie, con tutta la volontà e con gratitudine eterna.»