Oltre che per il Poliziano, il Carducci seguitava a lavorare per conto suo e a preparare altri volumetti per la Collezione Diamante del Barbèra. Ma gli avvenimenti politici incalzavano. Dopo le famose parole pronunciate da Vittorio Emanuele il gennaio 1859 nel Parlamento di Torino, inaugurando la nuova legislatura, fu chiaro a tutti che da un momento all’altro sarebbe scoppiata la guerra con l’Austria, la sospirata guerra dell’indipendenza. Per non essere allora col Piemonte e con Vittorio Emanuele sarebbe bisognato non avere nelle vene stilla di sangue italiano. E al Carducci venne subito il pensiero della Canzone a Vittorio Emanuele. Cominciò a scriverla subito e ne parlava ogni giorno con noi e ce ne leggeva le strofe a mano a mano che le aveva composte. Tra il marzo e i primi d’aprile la finì; e gli amici, che ne erano tutti entusiasti, ne fecero a gara delle copie manoscritte, che presto si sparsero per la città e fuori. Io ne feci e mandai una al Gussalli, col quale ci scrivevamo per ragguagliarci a vicenda delle novità politiche. Egli scrivendomi il 19 aprile mi informava delle condizioni della Lombardia, dove l’Austria radunava un esercito formidabile; e ringraziandomi della poesia del Carducci, diceva: «l’ode mi riesce bella tutta; alcune strofe bellissime: degna assolutamente che l’autore l’accarezzi coll’estrema diligenza. Quando la pubblicherà? dove?»
Le preoccupazioni politiche ci avean fatto fino dai primi d’aprile venire l’idea di sospendere la pubblicazione del Poliziano: ma i nostri impegni coll’editore, e quelli dell’editore cogli abbonati ci costrinsero a seguitare, nostro malgrado. Il fascicolo di aprile uscì con molto ritardo; di che noi ci scusammo con un avviso agli abbonati, nel quale era detto: «nei momenti supremi in che il popolo più civile d’Italia dovea dichiararsi se avesse o no ad essere italiano, chi avrebbe potuto scrivere di filosofia, o chi avrebbe voluto leggere scritture di filologia?» e promettevamo che avremmo seguitato regolarmente le nostre pubblicazioni.
Era intanto avvenuta la pacifica rivoluzione toscana del 27 aprile 1859; il Granduca se n’era andato, accompagnato a porta San Gallo dal popolo, che salutò la sua partenza come l’aurora della liberazione della patria. Un solo pensiero occupava oramai le menti e i cuori di tutti, il pensiero delle sorti della guerra. Ferdinando Cristiani era accorso, prima del 27 aprile, ad arruolarsi nell’esercito piemontese. Poco appresso partì per la guerra anche il Gargani, benchè gracile di costituzione e di salute malferma. Noi mandammo fuori ancora altri due fascicoli del Poliziano, quelli del maggio e del giugno, che pure uscirono in ritardo; e poi deliberammo di sospendere le pubblicazioni. Le paure e le incertezze succedute, per l’improvvisa pace di Villafranca, alle grandi speranze cui si erano aperti gli animi per le vittorie di Palestro, di Magenta, di San Martino; e il pensiero che, se gl’Italiani non sapevano profittare della occasione presente per unirsi in nazione, una occasione simile non sarebbe forse tornata mai più, ci rendevano impossibile la regolare occupazione del giornale, che nessuno del resto avrebbe avuto voglia di leggere. Il Carducci nei momenti d’entusiasmo per le vittorie delle armi italiane aveva scritto dei sonetti per la guerra dell’indipendenza, tre dei quali furono pubblicati nel fascicolo d’aprile, e cinque nel fascicolo di maggio. Il 4 di maggio aveva pubblicato pei tipi del Barbèra la Canzone a Vittorio Emanuele, già stampatagli nascostamente da altri con la data di Torino; e nel fascicolo di giugno, ultimo del Poliziano, pubblicò l’Annessione, il cui titolo fu poi cambiato in quello di Plebiscito. Poco appresso compose l’ode Alla Croce di Savoia, che pubblicò nell’ottobre pei tipi di Mariano Cellini.
Frattanto aveva preso moglie.
Il Carducci amò sempre collegare i lieti avvenimenti suoi di famiglia a qualche grande fatto della patria. Gli parve perciò che il primo fiorire delle speranze per la guerra della indipendenza fosse il momento più opportuno per isciogliere la promessa antica da lui fatta alla giovine figliuola del Menicucci; e il 7 marzo furono celebrate con molta semplicità le nozze, alle quali assistemmo come testimoni il Targioni ed io. Usciti di chiesa accompagnammo la sposa a casa, e poi sposo e testimoni andammo a fare una passeggiata alle Cascine.
La condizione di uomo ammogliato non mutò niente nelle abitudini del Carducci. Condusse per allora la moglie nell’umile casa di Borgo Ognissanti, di dove, due mesi dopo, si trasferì con la famiglia in una casa egualmente umile, ma meno incomoda, di Via dell’Albero, e seguitò la sua vita di lavoro e di studio. Usciva soltanto per andare nelle biblioteche, per dare qualche lezione e per passare qualche ora in compagnia degli amici. La sera, dopo la nostra solita passeggiata, ci riunivamo in un caffè, il Caffè Galileo, posto sull’angolo fra Via de’ Cerretani e Via Rondinelli. Non erano più le riunioni ristrette ed intime del 1858 in casa mia. La società era cresciuta di parecchi altri amici, ed anche solo conoscenti. Ricordo, oltre il Prezzolini, Luigi Billi, Fortunato Pagani, Emilio Puccioni, Olinto Barsanti e l’editore Gaspero Barbèra. Si conversava e discuteva molto animatamente di un po’ di tutto, ma sopra tutto di letteratura e di politica.
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Non rammento se ai nostri ritrovi al caffè venisse anche Silvio Giannini; ma lo incontravamo spesso. Egli s’era messo in testa due cose: far mettere in musica e cantare l’ode Alla Croce di Savoia, e menare il Carducci dal Salvagnoli; e vi riuscì. Il Salvagnoli era Ministro del culto, ma, come il più letterato fra i membri del governo liberale toscano, si occupava anche delle cose della istruzione, alle quali era preposto il Ridolfi; perciò il buon Giannini voleva fargli conoscere di persona il Carducci.
L’ode fu messa in musica dal Romani e cantata alla Pergola dalla signora Piccolomini; e il Carducci dovè durare gran fatica per liberarsi dalle improntitudini dell’amico, che voleva di forza ch’ei si mostrasse al pubblico tra le ballerine e le coriste. Ma liberarsi dalla visita al Salvagnoli non potè.
Andarono: il Salvagnoli li accolse molto cortesemente; domandò al Carducci che cosa faceva, perchè non chiedeva un posto nell’insegnamento; e accortosi dalle risposte di lui che non aveva nessuna voglia di domandare, disse: Ci penserò io. Indi a poco fu offerta al Carducci una cattedra al ginnasio d’Arezzo, ch’egli, per le nuove condizioni sue di famiglia, non potè accettare: non molto dopo, sulla fine di dicembre, gli venne la nomina alla cattedra di lingua greca nel liceo di Pistoia, che accettò.[29]