L’accoglienza favorevole lo incoraggiò ad aggiungere ai quattro poeti una giudiziosa scelta di scrittori classici italiani d’ogni età; ed offrì al Carducci di curargli la correzione filologica e tipografica del testo, annotando dove occorresse e facendo le prefazioni, mediante il compenso di cento lire toscane per ogni volumetto. Fu una fortuna per il Carducci e per il Barbèra. Il Carducci ebbe modo di indirizzare ad un fine determinato e proseguire i suoi studi letterari, ritraendone un lucro, benchè piccolo, a lui prezioso; il Barbèra fece lauti guadagni, che diedero stabilità alla sua casa, e gli permisero di allargare la sua industria con vantaggio della cultura. Due volumetti pubblicò in quell’anno il Carducci, le Satire e poesie minori di Vittorio Alfieri, e la Secchia rapita, iniziando con le due prefazioni che vi mise innanzi quel nuovo metodo di critica letteraria, storico ed estetico ad un tempo, del quale doveva indi a poco assurgere maestro a tutti, e maestro sommo.

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Mentre stava scrivendo la prefazione alla Secchia rapita, ebbe quella feroce polemica col Passatempo, che già accennai, per una poesia di Isidoro Del Lungo intitolata il Trionfo della Croce. Non starò a riferire ciò che in questo proposito scrive il Del Lungo in una lettera a me, pubblicata nel fascicolo di maggio 1901 della Rivista d’Italia,[26] al quale rimando i lettori. Dirò soltanto che l’autore anonimo degli articoli del Passatempo rispondeva agli argomenti del Carducci chiamandolo Iddiastro degli amici pedanti, e ridicolo Golia, minacciandogli i Paralipomeni della Nanea, dicendogli che stenterelleggiava, accennando alla sua audacissima dappocaggine, al suo orgoglio smisurato, alla sua vergognosa arroganza, tacciandolo di malafede, di sfoggiata slealtà, di abietti principii, trattandolo di malnato, di mentitore impudente, e conchiudendo che voleva far maciulla di lui. Certo il Carducci non aveva fatto delle carezze allo scrittore del Passatempo; gli avea dimostrato ch’e’ s’era messo a far lezione su materie delle quali non sapeva neppure gli elementi, e aveva detto che questo era un po’ da ciarlatano; gli avea squadernati sul viso gli spropositi suoi badiali e perciò lo aveva chiamato uomo di dura cervice; aveva accennato al mistero onde il Passatempo amava circondarsi e alle maniere da esso usate con certi galantuomini, e gli avea dato dell’animale anfibio e del villanzone tarchiato. Queste, diceva il Carducci, non sono ingiurie nè impertinenze; perchè, secondo la definizione della Crusca, l’ingiuria è una offesa volontaria contro il dovere, e l’impertinenza un detto o fatto fuor di quel ch’appartiene al luogo al tempo e alle persone. Ma ciò su cui il Carducci insisteva, ciò che lo disgustava e indignava era la viltà dell’anonimo. Alla osservazione del Passatempo, che nel nostro paese era accordato il diritto di non firmare gli scritti, rispondeva che a ciò ripugnano il buonsenso e l’onore; ripugna il buonsenso, il quale ci dice che la legge non può volere che ogni vigliacco si faccia riparo dell’anonimo ad oltraggiare un galantuomo che firma; ripugna l’onore, perchè quando tu mascherato offendi altrui, e l’offeso t’invita a smascherarti, sei in dovere di farlo; e se nol fai, è segno che non puoi mostrare la faccia tua fra i galantuomini.

Il Carducci esponeva le cose che io ho accennate in un articolo pubblicato nel Momo del 1º luglio. S’intende che l’oltraggiatore, invitato a smascherarsi, fece orecchie di mercante. È questa la storia di tutti i vigliacchi, la cui progenie dura ancora vegeta e prospera nel nostro felice paese. Se non che oggi in certi casi all’anonimo si sostituisce la intervista, cioè una vigliaccheria in due, perchè l’uno dice, l’altro sconfessa, e qualche cosa della calunnia si spera che intanto rimanga. Alcuni chiamano ciò abilità politica: a me è sembrata sempre falsità bella e buona.

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Una lettera del 15 agosto chiamò il Carducci a casa, al letto del padre suo moribondo. Ebbe la lettera nelle prime ore del pomeriggio: partì subito, ma lo trovò già morto. La notte di quel giorno stesso mi scrisse: «Era già spirato alle ore sei e mezzo. Che la sua malattia fosse mortale egli lo sapeva: e me l’avea detto l’anno passato quando ne fu colto la prima volta, e me l’aveva accennato lievissimamente in una lettera sua (l’ultima che mi facesse scrivere) del mese passato: e lo sapevo anch’io; ma così presto non credevo.» La lettera proseguiva descrivendo lo stato dell’infermo negli ultimi giorni, e si chiudeva così: «Pover uomo, si sentiva da un anno a questa parte disciogliere e mancare a poco a poco: lo sentiva e lo sapeva che dovea morire: ed è morto tanto quietamente, tanto securamente. Ed io non l’ho visto prima di morire, ed egli non ha visto me; e gli occhi suoi si sono chiusi desiderando i figliuoli lontani, ed è morto pensando che li lasciava soli e dispersi nel mondo, e che forse la sua povera vedova può mancare anche di pane, e che forse andremo tutti mendicando: e non aveva ancora cinquant’anni. Non è potuto sopravvivere al suo figliuolo.» Un poscritto aggiungeva: «Ti prego di dire a tutti i miei parenti che non venga nessuno: voglio esser solo: già tornerò prestissimo a Firenze ad accomodare le mie cose.»

Il padre del Carducci morendo lasciò al figliuolo per tutta eredità dieci paoli, come scrisse egli da sè rispondendo a chi lo accusava di non essere nel 1859 partito per la guerra della indipendenza.[27] Non è dunque a meravigliare ch’egli nel primo momento della disgrazia fosse assalito da tristi e scoraggianti pensieri; deve piuttosto far meraviglia ch’egli trovasse poi in sè il coraggio e la forza di affrontare serenamente, in quelle disgraziate condizioni, la lotta per la esistenza; tanto maggior meraviglia, quanto l’alterezza dell’animo suo lo fece allora e sempre aborrente dal domandare. Anche di questi giorni, pensando con compiacenza al tempo della nostra gioventù, mi scriveva: «Oh i nostri begli anni tanto presenti alla mia memoria! Allora non si pensava di farsi avanti e di farsi un posto. Si pensava a fare, a scrivere; e la fortuna, se venne, venne inaspettata; e noi non la sollecitammo davvero.»

Tornato a Firenze, vi trasportò indi a poco la famiglia, prendendo in affitto poche stanze in una casa in Borg’Ognissanti, a un piano molto in su, anzi a una soffitta; e seguitò a studiare e a lavorare con la medesima passione, con la medesima alacrità, non dico maggiore, perchè era impossibile.

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«Il nostro patriottismo, scrissi altrove parlando del Carducci e degli amici suoi giovani, si rifugiava nella letteratura. Dante, il Petrarca, l’Alfieri, il Foscolo, il Leopardi erano i nostri Santi Padri. Nei loro scritti adoravamo, nel loro nome invocavamo la grande patria futura, un’Italia forte e gloriosa che avesse dell’antica le virtù senza i vizi.»[28] Ma anche seguivamo intenti con l’animo qualunque indizio di più o meno lontana speranza di liberazione della patria ci portassero gli avvenimenti politici, e gli scritti dei liberali italiani, esuli per grandissima parte in Piemonte; in quel Piemonte al quale, dopo la disgraziata fine dei moti degli anni 1848 e 49, erano volti gli occhi di quanti anelavano ad una riscossa. Negli ultimi anni del 1858 la guerra per la indipendenza d’Italia era il nostro discorso di tutti i giorni, ma in mezzo ai discorsi patriottici non dimenticavamo la letteratura: ci venne proprio allora il pensiero di smettere le polemiche letterarie nei giornaletti in foglio volante, e fondare un periodico di studi seri, tutto nostro. Il disegno ne fu ventilato fra il Carducci, il Targioni e me: si stabilì che il periodico sarebbe mensile ed avrebbe nome il Poliziano. Ci rivolgemmo per aiuto e consiglio a quelli fra i letterati italiani, che sapevamo più favorevoli alle nostre idee; al Mamiani, fra gli altri, al Ranalli, al Gussalli, al Centofanti, all’Ambrosoli. Avemmo da tutti incoraggiamenti e conforti; e dall’Ambrosoli una lettera piena di savi avvertimenti e consigli, che pubblicammo nel primo fascicolo del giornale, il quale fece la sua comparsa nel mondo letterario il gennaio del 1859. Promisero e diedero la loro collaborazione il Gussalli, Raffaello Fornaciari, Francesco Donati (che vi pubblicò il suo Saggio di un glossario etimologico della Versilia), Giovanni Procacci, Giuseppe Puccianti e gli altri amici di Pisa, Pelosini, Tribolati e Bonamici. Lo scritto più notevole di tutto il giornale fu il Discorso d’introduzione del Carducci, Di un migliore avviamento delle lettere italiane moderne al loro proprio fine, stampato nei due primi fascicoli.