Due anni dopo, il 1º marzo 1872, nacque al Carducci l’ultima figliuola, cui egli mise nome Libertà, ma che in casa fu poi chiamata da tutti, dal padre stesso, la Tittì.
Intanto il Barbèra aveva pubblicato il volume delle Poesie; il quale, benchè contenesse nei Decennali gli epodi pel Corazzini, per Monti e Tognetti e pel Cairoli, l’ode Dopo Aspromonte e l’Inno a Satana, cioè una serie di poesie interamente nuove, forti e coraggiose, non ebbe quello che veramente si dice un gran successo; e forse non l’ebbe appunto per ciò. Il volume era, non può negarsi, composto di elementi molto diversi; ed uno che lo leggesse per la prima volta, poteva trovarsi un po’ sbalestrato. Quale salto dall’inno a Febo Apolline all’epodo per Monti e Tognetti, dall’ode alla Beata Giuntini all’epodo pel Cairoli! Ma doveva necessariamente esser così. L’autore aveva voluto presentarsi al pubblico tutto intero; ed aveva anche avvertito: «Nei Juvenilia sono lo scudiero dei classici; nei Levia Gravia faccio la mia vigilia d’armi; nei Decennali, dopo i primi colpi di lancia un po’ incerti e consuetudinari, corro le avventure a tutto mio rischio e pericolo.» Chi poi non fosse stato impedito da preconcetti o d’arte o politici, poteva ben trovare anche nei Juvenilia i germi dei Decennali. Ma quella specie d’incertezza o di contrarietà con la quale alcuni, specialmente in Toscana, accolsero il volume delle poesie doveva durar poco.
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Può parer singolare che le maggiori contrarietà alle poesie del Carducci venissero appunto dai toscani; e più singolare ancora, ma invece è naturalissimo, che cotesti toscani, che parlavano di lui a denti stretti, ricorressero poi a lui tutte le volte che saltava loro in testa di pubblicare un giornale, una strenna o che altro di simile. Ciò lo seccava maledettamente, e lo faceva dare in escandescenze. In generale non rispondeva: ad uno più insistente rispose una volta così: «Caro C.... — Il mio silenzio voleva dire: 1º che in generale non amo scrivere per istrenne o per simili gentilezze, le quali mi rassomigliano troppo alle Rime scelte degli Arcadi o alle Rime oneste del Mazzoleni (salvo la eleganza e dottrina, che a queste ultime in ispecie non manca). In quante strenne hai tu visto il mio nome? 2º che in particolare non intendo affatto affatto di scrivere in strenne toscane o per società toscane in Toscana. Come? I signori toscani non hanno per me che maldicenza od oblio, e poi quando salta loro in testa una libidinuzza accademica di strenne o di altre sì fatte insalatuzze, vengono a seccar me! Sono io l’ortolano delle monache? 3º che io non potevo personalmente accettare la forma del tuo invito: — Ho il piacere d’invitarti a collaborare ec. ove tanti illustri ec. ec. Eviterai ogni argomento ec. ec. — Caro C., padrone di dire al tuo ortolano: Ohe, Cecco, fammi un’insalatina così e così, ma bada non ci mettere cicerbita nè pozzolana. — Hai voluto spiegazione del silenzio. E io te l’ho data. Spero che avrai capito. I miei rispetti ai signori e alle signore che sono con te della brigata, ec. ec.»
Questo modo di trattare non era il più adattato a farsi della réclame, a procurarsi degli amici laudatori e devoti; ma allora non era per anco venuta la stagione dei superuomini, nè si conoscevano certe raffinatezze della ciarlataneria, con le quali oggi si predispongono abilmente gli applausi del pubblico. Il Carducci poi provava un gusto matto ad andare contro la corrente, quando (s’intende) gli pareva d’aver ragione.
Nei due anni che successero alla pubblicazione delle Poesie (edizione Barbèra), insistendo nelle qualità degli epodi che più avevano urtato il gusto del pubblico, ne aveva composti de’ nuovi più ardenti di bile e più arditi, e aveva composto parecchie altre poesie, varie d’argomento e di stile, le quali rivelavano com’egli, arrivato oramai alla maturità dell’ingegno, e liberatosi d’ogni incertezza e scioltosi d’ogni legame, si sentiva padrone al tutto dell’arte sua. Fra le poesie composte in quei due anni c’erano traduzioni di liriche dal Goethe, dal Platen, dal Heine negli stessi metri originali; c’erano le Primavere elleniche e i giambi A certi censori e Ad un heiniano, Versaglia e l’Idillio Maremmano, Io triumphe, e Sui campi di Marengo, la poesia Classicismo e romanticismo e il Canto delL’Italia che va in Campidoglio, l’ode per l’Anniversario della repubblica francese e il sonetto Il bove.
Le Primavere elleniche erano state pubblicate nel 1872 dal Barbèra in un fascicoletto a pochi esemplari non venale, e quasi contemporaneamente in un giornaletto letterario Il Mare, fatto dal Targioni e da me a Livorno; il quale pubblicò anche nel primo numero (7 luglio 1872) la poesia Ad un heiniano e nei successivi alcune delle liriche tradotte dal tedesco. Il Canto dell’Italia che va in Campidoglio e qualche altra poesia d’argomento politico furono pubblicate in giornali politici e fecero un po’ di scandalo.
Tutte queste poesie con parecchie altre il Carducci, alla fine del 1872, le diede a stampare al tipografo Galeati d’Imola, mancato pochi giorni fa alla stima di quanti lo conobbero e all’arte tipografica che coltivò con eleganza, il quale le pubblicò nel settembre dell’anno successivo col titolo di Nuove Poesie. Il volume, di 130 pagine, conteneva in tutto 44 componimenti ed in appendice il Prologo ai Levia Gravia, che il Barbèra non aveva creduto di pubblicare per certe allusioni a Pietro Fanfani.
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Le Nuove Poesie, pur eccitando in Italia, com’era naturale, molti risentimenti, fecero grande impressione e si imposero. La satira non aveva risparmiato i nomi propri di uomini politici e letterati illustri, ai quali si capisce che non poteva far piacere l’esser messi alla berlina. Il primo movimento fu di dispetto. Ma, anche lagnandosi della poca cortesia del poeta, i più riconobbero il valore dell’opera sua. L’edizione fu in breve esaurita. Tutti si occuparono del libro, anche fuori d’Italia. L’editore della Revue des Deux-Mondes lo mandò a chiedere al Galeati; il Turgenieff ne chiese al marchese Arconati di Parigi, l’Arconati all’autore. Carlo Hillebrand ne scrisse nel supplemento all’Allgemeine Zeitung del 1º novembre 1873, Adolfo Pichler nell’Abendpost di Vienna del 10 giugno 1874 e Carlo von Thaler in un’appendice delle Neue Freie Presse di Vienna del 12 marzo 1875; tutti tre riconoscendo la straordinaria potenza ed originalità del poeta italiano. Il critico invece della Revue des Deux-Mondes non comprese affatto nè il poeta nè la sua poesia; onde il von Thaler scrisse giustamente di lui: «Manca al signor Étienne ogni facoltà di concepire la vulcanica natura del Carducci, e l’impeto di quella polemica che butta indietro d’un colpo il liscio accademico francese.»