I critici italiani, quasi tutti intinti di politica moderata, pur inchinandosi al forte ingegno del poeta, non poterono nascondere il loro malumore; alcuni dissero una quantità di sciocchezze; più di tutti lo Zendrini e il Guerzoni, scusabile il primo, perchè era stato molto maltrattato dal Carducci, meno scusabile l’altro, perchè, nominato di recente professore d’Università in grazia dei suoi meriti patriottici, volle soltanto darsi l’aria di grande maestro in critica, menando sciabolate per diritto e per traverso sopra le Nuove Poesie; con grande ammirazione e sodisfazione dei giornali moderati del tempo. Il Guerzoni pubblicò la sua critica nelle appendici della Gazzetta Ufficiale del 12 settembre 1873; lo Zendrini attaccò il Carducci in alcuni articoli della Nuova Antologia (dicembre 1874, gennaio e febbraio 1875). Il Carducci, sollevandosi da una piccola polemica personale ad una grande questione d’arte e d’onestà letteraria, scrisse, in risposta a loro, la mirabile prosa Critica e Arte, che fu poi stampata intera nel volume Bozzetti critici e Discorsi letterari edito dal Vigo nel 1876. Ma sette capitoletti, quelli concernenti il Guerzoni, furono pubblicati nella Voce del Popolo di Bologna del febbraio 1874.
La prima edizione delle Nuove Poesie non solo fu, come è detto, presto esaurita, ma fece anche esaurire l’edizione delle Poesie fatta dal Barbèra, il quale mise subito mano ad una seconda, che uscì nel 1874; ne fece una terza nel 1878 e una quarta nel 1880; tutte ripetizioni della prima, salvo un diverso ordinamento delle poesie, e l’aggiunta nelle ultime due della biografia del poeta scritta da Adolfo Borgognoni. Il Barbèra avrebbe voluto nella ristampa delle Poesie comprendere anche le Nuove, ma non potè, perchè l’autore si era già impegnato per esse con lo Zanichelli.
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La libreria Zanichelli era in Bologna il ritrovo di tutti gli studiosi. Naturalmente il Carducci, non per trovarvi gente (di che non aveva gran voglia, come sappiamo), ma per avervi notizia delle novità librarie e comprar libri, vi capitava spesso; e la schietta cortesia del signor Nicola e dei figli fu cagione che ben presto entrò con essi in grande intimità. E come il vecchio Zanichelli faceva anche l’editore, e aveva voglia di allargare in questa parte la sua industria, non tardò a nascergli il desiderio di pubblicare qualche libro del suo nuovo avventore. Il centenario dell’Ariosto che, con un anno di ritardo, doveva celebrarsi nel maggio del 1875 a Ferrara, fu l’occasione favorevole ai disegni dell’editore libraio; e si trovarono d’accordo che il Carducci gli avrebbe preparato uno studio sulle poesie latine dell’Ariosto. Intanto che egli attendeva a questo lavoro, si presentò l’opportunità di fare una seconda edizione delle Nuove Poesie. Lo Zanichelli non se la lasciò scappare; il Carducci aderì di buon grado; e così nell’aprile del 1875 uscì pei tipi del libraio bolognese la seconda edizione delle Nuove Poesie, che si avvantaggiava sulla prima per tre piccoli componimenti nuovi, e che recava innanzi tradotti gli articoli di Carlo Hillebrand, Adolfo Pichler e Carlo von Thaler. A questa seconda edizione ne successe una terza nel 1879, in formato elzeviriano, eguale nel resto alla precedente, salvochè n’era stato tolto il Prologo ai Levia Gravia, ed aveva innanzi una prefazione di Enrico Panzacchi, il quale dava del Carducci poeta il più compiuto ed equanime giudizio che fino allora fosse stato pubblicato.
La seconda edizione delle Nuove Poesie fu il primo libro del Carducci pubblicato dallo Zanichelli. Nel maggio del 1875 pubblicò la prima edizione, in pochi esemplari, del volume sulle poesie latine dell’Ariosto, e ne mandò fuori una seconda l’anno appresso. D’allora in poi lo Zanichelli divenne l’editore diremo così ufficiale delle poesie del Carducci.
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Tener dietro minutamente in tutte le sue parti all’operosità letteraria del nostro, è cosa non dirò difficile, ma quasi impossibile, anche per me, specie d’ora innanzi. Le lezioni all’Università, gli studi critici, le polemiche, le opere d’erudizione, le poesie, si contendevano le ore e i minuti di lui, il quale passava nello stesso giorno dalle une alle altre con una mirabile agilità ed instancabilità. Si preparava alle lezioni, correggeva la materia e le stampe dei suoi volumi di prosa, scriveva articoli per la Nuova Antologia e per altri giornali, attendeva alle nuove edizioni delle sue poesie, dove aggiungeva, mutava, correggeva, non mai contento di sè; scriveva relazioni per la Deputazione di Storia patria, dava sferzate terribili ai suoi critici, componeva poesie nuove.
Non aveva, si può dire, finito di pubblicare le Nuove Poesie e già mulinava le Odi barbare. Il 16 dicembre 1873, inviandomi l’ode Su l’Adda mi scriveva: «Ti mando una nuova poesia: nuova in tutto, anche nel metro, che è antico e senza rima. Leggila, falla leggere a Ottaviano (il Targioni) e rimandamela.» Glie la rimandai con le nostre osservazioni, che trovò giuste; e rispondendomi il 1º gennaio 1874 soggiungeva: «Voglio farne altre delle odi in metri consimili e in quel genere: sentirai, sentirai. Ho voglia anche di fare delle elegie in esametri e pentametri, come Goethe. Non so perchè quel che egli fece col duro e restio tedesco non possa farsi col flessibile italiano.» Con la stessa lettera mi diceva: «Io leggo nelle ore di riposo, a questi giorni, i colloqui di Goethe con Eckermann e le Elegie romane, e queste letture mi fan ritornare con tutta l’anima e la persuasione alla grande poesia greca. In fondo, confessiamolo, fu la più gran poesia della terra: Omero, Pindaro, Sofocle, Aristofane, Teocrito, sono gli ultimi confini del bello di primo getto, giovenile, florido, sereno. Dopo viene il riflesso, il contorto, il vecchio. Noi abbiamo dei frissonnements d’inverno, e crediamo che sieno i brividi della ispirazione.» Ai primi di luglio dello stesso anno, mentre stava scrivendo il discorso sul Petrarca, che lesse il 18 del mese stesso in Arquà, tornava a parlarmi delle poesie in metro antico, così: «Tento i metri antichi, greci e latini. Son cose che devon parer molto brutte. Lo faccio a posta per i fanfullisti e i guerzoniani. Ho fatto l’alcaica pura con versi che non rimano e non tornano. Farò l’esametro e il pentametro. E mi divertirò. Tutta questa letteratura che esiste ora è abietta. Tutta questa società è tal cosa che non merita ci occupiamo di lei. Ritorniamo dunque all’arte pura, ai greci e ai latini. Come son ridicoli nanerottoli cotesti realisti italiani!» Ai primi d’agosto venne a Livorno, e mi fece sentire le prime strofe dell’ode alcaica intitolata Ideale, che fu la prima da lui composta in quel metro.
Intanto aveva finito il volume degli Studi letterari, che fu pubblicato dal Vigo ai primi di quell’anno 1874, e conteneva i cinque discorsi Dello svolgimento della letteratura nazionale, e gli scritti Delle rime di Dante, Della varia fortuna di Dante, e Musica e poesia nel secolo XVI; ed aveva subito messo mano all’altro volume dei Bozzetti critici e discorsi letterari, e al Saggio di un testo e commento nuovo delle Rime del Petrarca. Il lavoro sul Petrarca, intorno al quale aveva speso tante fatiche, era stato da lui cominciato alcuni anni prima per il Barbèra; ma siccome procedeva alla stracca, e dal ’70 in poi era stato interrotto, egli sulla fine del 1873 si sciolse dall’impegno, e limitando il lavoro ad un Saggio, lo diede a stampare al Vigo.
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