La morte! questa trasformazione della materia, è anch'essa un composto di bene e di male: picchiando alla porta del potente sovente ne mitiga la ferocia…. Ed il prete, la volpe del genere umano, col suo fantasma, cogli orrori delle sue pitture trasformò questo nostro popolo sì grande, quando disprezza la morte, in una masnada d'imbelli tremanti davanti all'infallibile ed inesorabile sua falce!
CAPITOLO IV.
IL GESUITA.
Quell'antipatica—vostra figura,
Desta, scusatemi,—rabbia e paura.
(Opera Chiara di Rosemberg.)
Vi sono individui che incontrati per la via, tu li schivi per paura di contaminarti,—e se per sciagura ti trovi nello stesso crocchio e seduto alla stessa mensa, la mano ti corre quasi per istinto all'elsa del pugnale per difendere la tua vita che ti sembra insidiata da cotal ceffo sinistro.—Il Gesuita! il Gesuita! altra anomalia umana per la quale si diede il nome del Cristo alla più prava, alla più schifosa delle creature—il Gesuita.
Nella sala del banchetto, ove a splendida mensa stavano seduti i Volontari accompagnati e serviti da' migliori patriotti di Bologna, vedeansi a capo della mensa il Comandante con accanto, alla sua sinistra, Cantoni, in cui il primo avea già posto tutta la sua fiducia ed affetto.—Tale è l'attrazione della virtù, del bello, del coraggio;—ed il giovine per quel contracambio che si opera nel vero adagio: «amor d'amor si paga,» e per l'ammirazione che suscitavano nell'anima sua privilegiata, quegli avanzi di cento pugne venuti da un mondo all'altro per istrappare la loro patria dalle ugne della tirannide,—il giovine, dico, era in un estasi di felicità indescrivibile.—Nel fondo della mensa, dirimpetto ai due già descritti, sedea un prete, ed in quei giorni i preti si dicean liberali e buoni patriotti, come se la cicuta potesse dar degli aranci, e le jene degli agnelli—e la volpe la carità alle galline!
È vero che nel 48 il Papa era stato iniziator di riforme, e se, per ventura dell'Italia, non tornava egli presto alla sua natura di cocodrillo, stavamo freschi,—e coll'impostore clericume sul collo per altri secoli!
Sedea dunque in fondo alla mensa il rubicondo frà Gaudenzio—mezzo frate mezzo prete—e gesuita sino nella midolla delle ossa. Egli avea acquistata la fama di prete a manica larga. Le sue messe erano corte, andante e tollerantissimo il suo confessionale, massime quando le penitenti erano giovani, belle e tolleranti. La sua biblioteca di bottiglie era scelta con gusto, ed un tatto particolare aveva egli poi per la squisitezza delle sue Perpetue.
I due occhi di lince del Nero fissavansi spesso sulle fisionomie del Comandante e del suo giovane amico. Egli col suo sguardo scrutinatore volea penetrare in quelle anime generose e strapparne i sensi, le mire, i progetti,—raccogliere il significato delle varie conversazioni, che circolavano fra quella gioventù animosa, per poi fare la sua delazione al capo—il Generale de' Gesuiti sedente in Roma.
«Io brindo alla Repubblica Italiana!» urlava il prete, in un momento di calma del bisbiglio della brigata.—E siccome, benchè Republicani di cuore, forse non accetto dalla generalità era allora in Italia il sistema Republicano—ossia il Governo della gente onesta¹, i più dei convitati si astennero di far eco al brindisi del Gesuita. «Morte ai retrogradi!» urlava ancora a squarcia gola il negromante, pieno di vivande e di vino—e quasi indispettito del modesto contegno de' commensali, scaraventava il bicchiere, che aveva innalzato, contro la parete—E di nuovo: «Sieno fatti a pezzi come questo bicchiere, gl'infami che non vogliono la Republica!» Qui male per il prete, essendo passato il bicchiere sulla testa di Franchi ed avendogli imbrattato nel viso di vino e di più macchiato un bellissimo fazzoletto a tracolla, regalo d'una vezzosa Bolognese.