Franchi, Masina, Cantoni anelanti e stanchi delle indagini operate per trovare il Gesuita, si disponevano a sgombrare il palazzo e ritirarsi, quando passando i tre davanti alla porta della stanza abitata dalla vecchia serva confidente del Cardinale, a cui faceva anche le funzioni di direttrice dell'Harem, Franchi s'accorse della vecchia che stava seduta filando seta. E siccome gli sembrò cosa straordinaria tale occupazione in casa d'un prete che vive nell'ozio per la maggior gloria di Dio (guardate sacrilegio!) Franchi, dico, si avvicinò, corrugò le ciglia e piantò due occhi di falco sul ceffo della vecchia, che se non possedevano l'acuta virtù d'un pugnale, ferivano però come un pugnale Gaudenzio (perchè altri non era la vecchia), atterrito dallo sguardo del formidabile nemico, impallidì, (e ce ne voleva per far impallidire quella faccia avvinata)! tremò di tutta la persona e s'inginocchiò boccone davanti il Volontario.—«Cima di birbante! (esclamò Martino) e sei proprio tu! Tu finalmente e vestito da donna, scorpione!» E Masina, Cantoni, Peralto, Brusco accorsi alla gioconda notizia, che si propagò in un baleno nella moltitudine, sulla stessa sedia, ove stava seduto il collo torto, lo innalzarono, e trasportarono in trionfo fuori del palazzo. Quivi un contadino che si affaticava a traversare la folla con un somarello scarico per guadagnar la campagna fu sequestrato, ed alle acclamazioni universali il Gesuita avvelenatore fu inforcato sul discendente di Mida, che esaltato dal chiasso della moltitudine si accinse a ragliare spaventosamente ad edificazione e divertimento massimo dei monelli, che per compire l'opera regalavano il prete con tomatesi, radici, torsi di cavoli e sonorissimi fischi.
Il buffone, che dalla paura aveva dissennato quasi in principio, si rinfrancò ora vedendo la cosa prendere la fisionomia d'una burla. E così fu veramente: il popolo, distratto dall'avvenimento carnevalesco, dimenticò l'oggetto della dimostrazione e giungendo l'ora tarda, ognuno procurò di ricondursi a casa, ove lo aspettava la cena e il dolce riposo. E così finiscono generalmente le tempeste popolari: molte parole, molto chiasso e fatti insignificanti. Il despotismo e l'impostura le paventano, ma ormai, fatti baldi dalla consuetudine di vederle abortire, le osservano, vi frammischiano i loro segugi, i loro pervertitori dementi, col titolo di moderati e preti liberali e fanno tributare dai loro organi officiosi onore alla moderazione e sagacia delle autorità governative che hanno saputo rintuzzar il popolo e richiamarlo al dovere senza spargimento di sangue. La miseria, in cui hanno cura di mantenere la maggioranza, l'obbliga ad occuparsi di ben altro che di politica, ed in tal modo deplorabile si va avanti in Italia nell'abbiezione e nel disonore.
Intanto il Gesuita, dopo d'aver percorso gran tratto delle vie di Ravenna, vedendosi lasciato con soli alcuni monelli, scavalcò l'asino, s'introdusse in un portone, svestì gli abiti da donna, e favorito dalle prime tenebre della notte, si rifugiò nel suo alloggio a meditare nuove scelleraggini.
CAPITOLO IX.
ROSSI.
Se non vi fossero schiavi, non vi sarebbero tiranni, e non vi sarebbero tiranni se non vi fossero satelliti!
(Autore conosciuto.)
La tirannide è figlia della corruzione dei popoli, e quanto più una nazione è demoralizzata, tanto più facile riesce al despotismo di aggiogarla.
Su mille individui novecento e più cercano un impiego, e novecento genitori sono felicissimi quando lo trovano per i figli, poco importa se sia per fare il birro o l'usciere.
Dal becchino al capo dello Stato tutti sono impiegati o cercano d'esserlo. Riesce ad una metà della Nazione di viver grassamente per isgovernare ed impoverire l'altra. E poi tutti ci vengono a rompere le scatole colla libertà, l'eguaglianza e la fratellanza umana!!