Ida era fuori di sè, sorrideva amorosamente al suo amante, ne palpava le guancie, come per assicurarsi della realtà dell'essere suo, lo accarezzava, piangeva, s'inginocchiava ai suoi piedi, serrandone le ginocchia e baciandole.—Poverina! essa credeva non esser più degna di lui, essendo stata trovata in sì oscena compagnia. Ma Cantoni avea troppo buon senso per dubitare di lei, ed in un lampo riconobbe quanto era accaduto pria che Ida gliene facesse il racconto.

Zambianchi entrato per il primo, avea sorpreso il prete nell'opera indecente, e siccome pratico del mondo e de' suoi vampiri, indovinò egli pure che una scena di violenze sulla bella fanciulla s'era a lui presentata.

«Sempre gli stessi servi del demonio! cominciò Zambianchi diretto al prete.

«De' vivi inferno! un gran miracol fia
«Se Cristo seco alfine non s'adira»

questi versi del Petrarca si contentò di recitare al perverso, il nostro Bolognese, parco com'era di parole, ma nello stesso tempo mettendogli la mano nel colletto dell'abito (che sembrò a Gaudenzio sentirvi la zampa d'un leone) egli lo trasse dietro il letto ove si trovava Susanna colla pallidezza della morte sul volto.

«Fermi! gridò loro Zambianchi, mentre a strisce stracciava le lenzuola del letto. E quando ebbe preparato un bel numero di strisce, egli cominciò a legar la vecchia ed il prete, dimodochè i due volti si toccassero. Legò le destre prima, poi le sinistre braccia, a scandalo del sacerdote consacrato alla purificazione dell'anima e del corpo, ginocchio con ginocchio, e più insopportabile ancora al Gesuita fu di trovarsi colla bocca su quella della vecchia, che puzzava come un cadavere. Zambianchi era stato accuratissimo nella legatura, acciocchè i due volti combaciassero esattamente.

Il povero Gaudenzio, che aveva creduto di passare una notte di paradiso, col più bel tipo di fanciulla che natura avesse formato, era obbligato di odorare il putrido fiato d'una maledetta, ributtante vecchia. E così lo lasciarono, ed uscirono con Zambianchi, Cantoni e la salvata sua amante per cercare i compagni, che da parte loro non rimanevano colle mani alla cintola.

Leonida, dopo d'aver fatto legare e metter fuori la sbirraglia, con una scorta di Volontari, dopo d'essersi assicurato che i marinari preparavano l'incendio della parte legnosa delle abitazioni, e che l'artiglieria avea ultimato il suo lavoro di mina, si recò egli stesso verso l'abitazione del Comandante per sapere cosa vi succedeva. Cecilia, che lo accompagnava dovunque come la propria ombra, pratica delle stanze del Volpone, gli serviva di guida. Giunti nell'interno e non trovando nessuno, essi si diressero in un corridojo che conduceva all'entrata della scalinata che metteva alla torre, ove Volpone prudentemente si ritirava nella notte.

Giunto, dopo d'aver salito la scalinata, alla porta ferrata della torre, Leonida si mise a bussare senza cerimonie, ma inutilmente: bussa e ribussa, niuno rispondeva. Invano egli adoperava il mazzo di grossissime chiavi per far rumore. Niuno rispondeva, e disperando di far aprire, egli già si disponeva a ritirarsi, senonchè prima volle fare un ultimo tentativo, coll'artefare a voce alta le seguenti parole: «Ebbene, giacchè non volete rispondere, voi salterete in aria col forte.»

Queste parole ebbero l'effetto desiderato, e la porta si spalancò subitamente. Volpone cogli occhi fuori dell'orbita uscì a precipizio fuori esclamando: «Per amor di Dio salvatemi!» E l'uomo che con una impassibile ferocia avea assistito ai patimenti degli sventurati per ordine dei preti, e dei decapitati nel fondo delle loro carceri, gettossi ai piedi del giovane Romagnolo tutto tremante, ed abbracciò le sue ginocchia; ma questi con un ribrezzo, come se fosse al contatto d'una vipera, ributollo, e gli disse: