«Su, codardo, fuggite, se volete salvare l'infame vostra pelle!» ed il soldato del Papa non se lo fece ripetere; precipitandosi giù per la scala, ove quasi si rompeva il collo, abbandonò ogni cosa per non perder tempo, e corse fuori gridando come un'energumeno «si salvi chi può!» Cecilia ricordò a Leonida, che dovevano trovarsi nel castello la vecchia serva, la giovine misteriosa ed il prete venuto con essa, e quindi ricominciarono amendue a cercare per le stanze, e per fortuna dei malvagi, Leonida e la sua compagna capitarono così nella stanza d'Ida:—Zambianchi, Cantoni ed Ida erano usciti,—e Gaudenzio trovavasi indissolubilmente abbracciato alla fetente Dulcinea.
La legature del Zambianchi erano state fatte così esattamente, che ogni tentativo per staccarsi era riuscito vano; anzi la circolazione del sangue, impedita dalla strettezza delle legature operata da mano di ferro, cagionando gonfiezza, diventavano così le parti strette addoloratissime, e molti Ahi! e lamenti, ed imprecazioni erano usciti dalle combacianti bocche dei due perversi.
In tale stato furono trovati da Leonida e Cecilia. Da principio, all'aspetto di quelle grottesche figure e cedendo all'umana natura, i due giunti sfiorarono le labbra alle risa, ma un senso di compassione succedette subito, e fece che il Faentino sciogliesse ambidue; Cecilia, però, fosse per pudicizia femminile all'osceno spettacolo, o perchè essa conosceva esser la Susanna depravatissima donna, poco si commosse in favore dei legati, tanto più ch'essa aveva concepito molta repugnanza per il Gesuita senza conoscerlo. Infine, a dispetto del demonio, a cui appartenevano le due sozze creature, furono sciolte con ordine di uscir subito dal castello.
Avendo Leonida compiti i tanti doveri di direttore dell'impresa, scendeva nel cortile, ma nel mettervi piede, qual fu la sua sorpresa vedendo tutto l'edificio illuminato dall'incendio e Cantoni solo nel mezzo che accorreva verso di lui eccitandolo ad uscire subito, perchè non v'era tempo da perdere. Veramente il fuoco progrediva spaventosamente tra il legname delle vecchie gallerie, e lo scroscio delle superiori cadendo in tizzoni sopra le inferiori già infuocate, con immenso fracasso faceva un finimondo.
I due amici con Cecilia ebbero appena tempo di precipitarsi verso il portone d'entrata, ed uscire salvi all'aria libera, che già le fiamme della galleria e delle scalinate s'eran comunicate alle diverse casupole di legno, che nelle vicinanze dell'ingresso servivano di corpi di guardia pei birri e la guarnigione.
A pochi passi dal ponte levatojo essi raggiungevano Zambianchi ed Ida, che Cantoni avea lasciati per soccorrere l'amico. E Leonida disse loro: «Allontaniamoci e presto;—lo scoppio delle polveri non può tardare.»—E realmente giunti che furono ad un migliajo di passi una terribile esplosione si udì dietro loro, e voltandosi stupefatti essi videro nell'aria i frantumi dell'ergastolo volare come le projezioni d'un vulcano nelle sue fiere eruzioni.
Un nembo, che in quell'ora innalzavasi dall'Appennino alla parte opposta ai nostri osservatori, frammischiava le sue lingue di fuoco ed il rimbombo del tuono allo sconquasso spaventoso che il ricettacolo della tirannide operava, squarciando le latebre dell'atmosfera.—La notte inganna l'occhio: sovente un cespuglio a pochi passi, sembravi un monte distante, ed il monte a grande distanza vi sembra vicino ad ostruirvi il sentiero. Tali apparivano gli spettri delle macerie lanciate nell'aria dalla potenza della polvere ed i maggiori che più atterrivano gli astanti erano lontani, mentre i minori che non si scoprivano, e quindi non spaventavano, giungevano ad oltrepassarli e colpire nelle loro vicinanze, ciocchè obligò i nostri amici ad allontanarsi di fretta dalla scena di distruzione. Tale appariva forse il cono tronco di San Leo quando era fumajuolo della terra.
CAPITOLO XXIII.
I RACCONTI.
Je vous raconterai l'historie du marié.
(VOLTAIRE)