Era una mattina di dicembre dopo una notte tempestosa, ed in quella mattina il sole, come dicono i contadini, s'era mostrato dalla finestra, per nascondersi ancora e lasciar alle nubi, con pioggia o senza, l'intero dominio del firmamento.
In un albergo a' piedi del monte San Leo era giunta tanta gente in quella notte che la maggior parte era stata obbligata di alloggiare di fuori, ossia di accamparsi, e per poter resistere alla pioggia ed al freddo tutta la legna dell'albergatore era stata poca per soddisfare ai suoi bisogni, talchè uno steccato di legno che racchiudeva un orticello, avea pur servito a supplire la mancanza.
Al primo chiaror dell'alba due individui si erano avvicinati ad un crocchio di Volontari. Ravvolti nel loro tabarro e nascondendo con esso tutta quella parte che l'uomo, nell'ignorante sua presunzione, chiama immagine di Dio, ma che in quei due era piuttosto l'imagine del demonio, fingendo infine di nascondere il volto dal freddo lo nascondevano in realtà per la paura di esser riconosciuti.
Il Gesuita ed il mercenario dei gesuiti il Volpone,—tali erano i nostri due sconosciuti,—avevano avuto cura di scansare il crocchio di Zambianchi, che al chiaror pallido d'un fuoco ravvivato a stento, sembrava una colonna frammezzo ai suoi uomini, a Leonida, Cantoni, ecc. Ma a tergo di essi e dei volontari loro, poichè difficile sarebbe stato di penetrare nella falange serrata dei miseri intirizziti dal freddo, essi potevano rimanersi celati.
E qui devo ricordare una circostanza della mia vita a cui la seguente francese poesia potrà ben applicarsi (parlando degli uomini).
«Je crois voir des forcats, dans leur cachot funeste
«Pouvant se secourir, l'un sur l'autre acharnés,
«Combattre avec les fers dont ils sont enchainés.
In una foresta d'America, essendomi trovato in una marcia di notte staccato dal corpo di marina che comandavo, stanco ed incerto del sentiero per l'oscurità e la pioggia mi avvicinai ad un crocchio di soldati che erano pervenuti ad accendere il fuoco, e chiesi un tizzone;—mi fu negato, pregai ma invano;—colla sciabola alla mano allora, e con due coraggiosi che mi sostenevano, giungemmo ad ottenere il desiderato tizzone, ma dopo una mano di busse che potevano riuscire in rissa mortale.
Gaudenzio e Volpone dunque, dietro l'usbergo dei Volontari serrati in gruppo, stettero sicuri mentre durava l'oscurità della notte, ma appena il primo lume dell'aurora apparve nell'oriente, essi capirono che la loro posizione non era sicura, e come due ombre lasciarono il crocchio dei Volontari, rasentarono quello di Zambianchi, ove il chercuto gettò un'occhiata d'inferno sul bellissimo volto della nostra eroina, e si dileguarono nella campagna.
Era gran giorno, tutti quei di fuori brulicavano come un formicajo intorno ai fuochi che si mantenevano a stento, e stendevano sulle poche fiamme le mani per riscaldarsi, oppure presentavano i piedi addolorati pensando di migliorarne la condizione. Dimodochè vedevasi un movimento continuo ed udivasi un bisbiglio da stordire. Ognuno narrava la catastrofe della notte con più o meno eloquenza. Molti la chiamavano un castigo di Dio contro i preti, che tanta gente avevano fatto soffrire in quella spelonca maladetta. E siccome l'uomo si compiace sempre nello straordinario e portentoso, molti raccontavano d'aver udito delle strida sotterranee tremende, ed altri d'aver veduto nell'aria gli spettri, che dovevano essere le vittime dell'Inquisizione, e d'averle udite maledire alla setta nera e scellerata che le torturò, le distrusse, ed esiste per la sventura di questo infelicissimo popolo.
Quei di dentro all'incontro, che avevano potuto carpire un letto, una tavola, una panca e qualche cosa da mangiare e da bere, russavano fuor di modo. Tra quei di fuori trovavansi Zambianchi, Leonida, Cantoni e le due fanciulle, a cui s'era riunito Paolo, il sergente d'artiglieria già menzionato.