«Anche i migliori tra i nostri si accingono a prottettori di questi mostri!» I tre, cioè, i due col perverso in mezzo, uscirono da dove erano entrati e quale fu la loro sorpresa vedendo l'aria illuminata da stelle cadenti, udendo un fracasso, nello stesso tempo, come d'un campo di battaglia. E la folla al solito rompevasi il collo per fuggire. «Era questo il trastullo che preparavate al vostro gregge, scellerati! urlavano i due nostri amici.—E Zambianchi che s'era incaricato del tubo dei razzi stava per scaricarlo sulla chierica del prete, quando la veneranda forma di Cicerovacchio si fece avanti e vedendo l'atto del Romagnolo, ne trattenne il braccio. Anche questa volta fu salvo quel nero avanzo di galera e conservato a nuovi misfatti. «È questa una notte d'inferno.» esclamò il nuovo venuto. E Franchi: «Proprio d'inferno quando infettano l'aria questi demoni armati di tali ordigni di carità cristiana». E Zambianchi mostrava al Brunetti il tubo trovato al Gesuita.

«Io, già l'avevo immaginato, è opera di questi assassini. E di chi doveva essere se non questo crittogamo del nostro infelice paese.» Così diceva il venerando tribuno: domani voi udrete gridare al miracolo da tutti coloro, e da quanti imbecilli nutra tra le sue mura questa vecchia e putrida donna del mondo. Con queste menzogne l'umanità è traviata da tanti secoli, immeserita, prostituita. Ed andate a dire all'ignorante contadino od alla vecchia avanzo di vizi e di dissoluzioni, che un prete è un impostore?

Noi siamo alla metà (1849) del diciannovesimo secolo e questa generazione che si millanta civile non si vergogna di udire ogni giorno i pretesi miracoli della meretrice setta! Coi razzi austriaci… eh! venivate a fare i miracoli, questa nera razza di Caino! E questa sventurata Italia non si risolverà a sbarazzarsi di voi manigoldi del genere umano!…

Lo stato del Gesuita lo lascio immaginare al lettore. Esso trovavasi fra tre custodi inermi, ma dei quali, il più vecchio e forse il men forte, era capace di ammazzarlo con un pugno, tutti e tre irritati dal modo nefando con cui i preti volevano spaventare la popolazione romana. E veramente non vi fu solo spavento, essendo la folla compatta e non potendo fuggire colla celerità richiesta, e perciò vi furono molti feriti, ma felicemente nessun morto.

Zambianchi non volle accompagnare il prete, e ben per lui, poichè difficilmente esso sarebbe giunto vivo a destinazione. Franchi ed il Carbonaretto se ne incaricarono.

CAPITOLO XXXVI.

LA DISCORDIA.

Non la siepe che l'orto v'impruna
È il confin dell'Italia, o ringhiosi,
Sono l'Alpi il suo lembo, e gli esosi
Son gli sgherri che vengon di là.
(BERCHET.)

Quando Paride scaraventò il fatal pomo nel consesso delle Dee, egli non si trovava certamente a Pietroburgo, ma in uno dei circoli di latitudine che passano per le tre penisole: la Greca, l'Italiana e l'Iberica, i cui popoli, con tradizioni illustri, con non comune svegliatezza di spirito potrebbero far chiamare le dette penisole teste dell'Europa. Ma che per lungo spazio d'intestine discordie, a cui sono propense queste meridionali nazioni, per le miserabili conseguenze politiche che ne risultano e che le posposero alla coda dei popoli civili, noi potremo chiamarle invece calcagne della vecchia armata guerriera.

Qui mi cade il paragone tra i popoli settentrionali e quelli del mezzogiorno: se questi fossero meno turbolenti, più concordi e costanti, ed inflessibili nei cimenti certo il vantaggio rimarrebbe ad essi, ma, succedendo il contrario, questi restano inferiori ai primi, non individualmente però, ma collettivamente. Se si aggiunge poi per l'Italia e per la Spagna l'influenza pestifera del clero, non si stupirà di trovare in coteste meridionali società un'inferiorità marcata. Si millantino quanto si vuole le glorie passate, il fatto sta che alla coda delle nazioni civili dell'Europa, minime per potenza, per istruzione e prosperità, stanno i popoli delle meridionali penisole.