Sì! li ho veduti io colle loro facce rubiconde dalle vivande e dal vino questi scarafaggi marciare davanti le colonne straniere col crocifisso alla mano, servendo loro di guida e sorridendo alla folla dei villani da loro ingannati come se avessero voluto dire: «Qui noi vi conduciamo i liberatori! E veramente i neri nel Croato e nel Bonapartesco trovavan sempre i liberatori del ventre, minacciato dallo sdegno e dall'insofferenza di questo popol tradito!

I sacerdoti dell'Incas, i Papas, gli Ulema, i Bonzi pugnano alla testa del loro popolo contro gli invasori stranieri: solo questa schiatta di traditori che fanno capo a Roma non pugnano perchè troppo codardi, ma vendono sempre allo straniero il loro nativo paese! «E Cristo teco alfine non s'adira! (Petrarca).»

A Velletri l'esercito borbonico fu una seconda volta snidato dai
Repubblicani, ed il re in persona lo comandava allora.

L'esercito nemico, fortificato nell'antica Velitre dei Volsci, aspettò di piè fermo l'avanguardia dell'esercito republicano, il cui oggetto non era d'attaccarlo, ma di non lasciarlo fuggire, siccome annunziavano tutte le informazioni raccolte per via, e non credendo che il grosso dell'esercito nostro comandato dal generale in capo Roselli potesse tanto ritardare.

I Borbonici, molto superiori di forze e vedendo davanti a loro poca gente, tentarono una sortita, ove si distinse particolarmente la cavalleria napoletana, ad onta d'esser il campo di battaglia poco adequato per cavalli.

«Guarda, diceva Ida a Cantoni, ancora convalescente dalle sue ferite, con che furia caricano quei cavalieri napoletani i pochi lancieri di Masina¹ e come fuggono i nostri!» I nostri veramente non fuggivano, ma per vizio assai comune nei cavalli italiani male addestrati, essi non potevano trattenere i focosi animali spaventati dalle cannonate e dalle fucilate che mai non avevano udito.

¹ Masina è la più bella figura marziale, che io m'abbia veduto nell'esercito Italiano. Egli e Daverio furon gli eroi della giornata respingendo l'attacco del nemico con un'audacia degna de' tempi antichi. Ambi, Masina e Daverio, morirono il 3 Giugno; i loro cadaveri furono trovati in mezzo alle riserve dei quarantamila soldati del Bonaparte che ci attaccarono traditoriamente in quel giorno fatale. Daverio era moralmente e fisicamente il ritratto d'Anzani.

La strada, ove ebbe luogo quella carica di cavalleria era incassata, tagliando quasi ad angolo retto delle collinette coperte di vigne; sui ciglioni di quelle colline, erano scaglionati distaccamenti della Legione Italiana, e come riserve, alcuni uomini d'un reggimento pontificio allora al servizio della Repubblica.

Due pezzi d'artiglieria erano collocati indietro delle linee repubblicane, in posizione dominante.

Il terreno, occupato dai nostri, come si vede, era adequato per una bella difesa. Verso le 10 antim. l'esercito Borbonico prendeva le sue disposizioni per la sortita e l'attacco. Una forte colonna di fanteria sortiva per la strada principale, preceduta da uno squadrone di cavalleria, e sui suoi fianchi, numerose linee di tiratori s'avanzavano per le vigne attaccando a fucilate i nostri fianchi. Lo sforzo principale del nemico era sul fianco del nostro corpo, situato in posizione che tutto dominava e che si poteva chiamare l'obbiettivo del campo di battaglia. E veramente, padrone di quelle alture, il nemico, colle preponderanti sue masse, ci avrebbe avviluppati e minacciati nella nostra ritirata. Ma in quel punto trovavasi l'intrepido colonnello Marrocchetti¹, comandante della Legione Italiana, e di tutta la vanguardia. Con lui stavano Masina e Daverio, che valevano un esercito.